Nell’anno che ci stiamo lasciando alle spalle sono cadute due ricorrenze, che riguardano una delle personalità più popolari e amate nell’ambito dela letteratura “sociale”, napoletana e non solo. Il 2023 è iniziato con il 70° anniversario della nascita di Marcello D’Orta ed è finito con il decimo della sua scomparsa.
D’Orta nacque infatti a Napoli il 25 gennaio 1953 ed è mancato (sempre nella città partenopea) il 19 novembre 2013. Maestro elementare di periferia, è stato l’autore del libro “Io speriamo che me la cavo”, la raccolta di sessanta temi dei bambini della scuola elementare di Arzano dove insegnò il nostro maestro, zona che rimane parte integrante della periferia nord di Napoli, confinante, a sud, con Secondigliano.
Nel 1990 Marcello D’Orta raccolse questi scritti dei propri alunni, che raccontavano, con innocenza, umorismo e dialettismi, le loro rispettive storie di vita quotidiana, molto (troppo) spesso avendo già acquisito l’istinto del tirare a campare, dove il crimine viene visto con gli occhi ingenui, ma spesso già consapevoli, di quei fanciulli, ora over quarantenni.
Nel 1992 Lina Wertmuller diresse il film omonimo del libro, che vedeva Paolo Villaggio nei panni del maestro, una schiera di attori napoletani adulti (come Isa Danieli, Gigio Morra, Segio Solli etc…) e tanti bambini, come l’attore di successo Ciro Esposito, poi Luigi Lastorina, Marinella Esposito, Ivano Salzano e Antonio De Frega.
Marcello D’Orta insegnò per circa quindici anni: era nato in una casa di Vico Limoncello, decumano superiore, un luogo che nei secoli cambiò molti nomi (vico dei giudei, vico dei 12 pozzi, vico degli spogliamorti), la sua fu una famiglia numerosa. “Io sono nato in una via strettissima dove non si vedeva mai il sole, mio papà alla domenica ci diceva: venite che vi porto a vedere il sole. Sono nato nel 1953 l’economia andava male, ma tutti ci si aiutava”, raccontà negli anni novanta in un’intervista.
Il primo libro che scrisse fu proprio “Io speriamo che me la cavo”, vendette due milioni di copie, “a cui si devono aggiungere un milione e mezzo di falsi, fatti a Napoli”, disse in un’intervista nel 2010. Dai temi dai bambini, uscirono frasi sgrammaticate, diventate modi di dire popolarissimi, come la proposizione del titolo del volume, nonchè il termine “sgarrupato”.
D’Orta lasciò l’insegnamento per dedicarsi alla scritture e alle tematiche sociali; è stato autore, compreso il libro già citato, di 26 opere, tra cui “Dio ci ha creato gratis”, “Il maestro sgarruppato, il tema della vita”, “Non è mai troppo tardi” e “Aboliamo la scuola”: quest’ultima nasceva da un’amara riflessione sul mondo dell’istruzione, sostenendo che “nessuno fa il proprio dovere: insegnanti, alunni, genitori… se non ci diamo una regolata, per paradosso dico: meglio abolirla (la scuola)”.
D’Orta denunciò con la scrittura la scuola degli sprechi, delle vuote ideologie, degli edifici fatiscenti, della “guerra” tra alunni, insegnanti e genitori.
Si ammalò di tumore e si accorse che la sua sofferenza potesse essere legata all’inquinamento, ai rifiuti, che troppo spesso si impadroniscono delle nostre città.
Marcello D’Orta era un cultore del dialetto, definendolo la lingua dell’intimità, l’anima del popolo.
Fabio Buffa
