Incendio a piazza Carità, il figlio della vittima: «Sia fatta chiarezza, mio padre non era un clochard»

«Mio padre non era un clochard». Poche ma significative parole che forniscono una nuova chiave di lettura sull’uomo trovato morto la notte tra il 6 e il 7 gennaio scorsi in un garage di piazza Carità, a Napoli. A parlare è Antonio, 35 anni, il figlio dell’uomo, molto conosciuto nella zona dove si trova l’autorimessa, una lunga esperienza lavorativa di oltre 25 anni. L’uomo di giorno lavorava come addetto alla custodia delle autovetture e pernottava nel garage. La vittima era felicemente sposato e aveva quattro figli, due uomini e due donne. Dopo aver trascorso la notte di San Silvestro e il primo giorno del nuovo anno a casa, con la propria famiglia, la sera del 1 gennaio Sibilio è stato accompagnato dal figlio Antonio al garage dove avrebbe svolto il proprio turno di guardiania, al mattino seguente.

La famiglia non ci sta all’idea di far passare la vittima come un senza fissa dimora e chiede assoluta chiarezza sulla tragedia. A sostegno della famiglia numerose testimonianze di chi conosceva e stimava Sibilio. Un uomo che ha sempre lavorato pur di non far sentire il proprio sostegno economico in casa.

Il figlio ha saputo della tragedia tramite la sorella che a sua volta era stata contattata dalla polizia. l’allarme è scattato alle 4, quando la centrale operativa della questura e dei vigili di fuoco ha

ricevuto la segnalazione di un incendio in corso all’interno del “Garage Carità” (nella foto), a due passi dall’omonima piazza. All’arrivo dei soccorritori la situazione si è subito rivelata in tutta la sua gravità. I locali dell’autorimessa, oltre a essere seriamente danneggiati dalle fiamme, erano completamente invasi dal fumo e proprio le esalazioni tossiche avrebbero innescato l’irreversibile tragedia. I pompieri e i poliziotti dell’Upg, perlustrando l’area, hanno scoperto in uno sgabuzzino il cadavere di un uomo di 66 anni, Domenico Sibilio, che iniziamente era stto identificato come un senzatetto che aveva cercato riparo all’interno del garage. Invece, stando al racconto del figlio Antonio, pernottava nel garage dove di giorno lavorava come addetto alla custodia delle autovetture. Quello che doveva essere il suo rifugio si è però rivelato essere una trappola che non gli ha lasciato alcuna possibilità di scampo. Il 66enne non presentava infatti alcun segno di violenza e gli investigatori che stanno lavorando al caso sono quasi certi che la causa del decesso sia da ricondurre alle esalazioni sprigionate dal rogo.

Dai primi rilievi effettuati sul luogo del rogo, sembrerebbe che a innescare l’incendio, domato tra l’altro solo dopo diverse ore, ben quattro, possa essere stato un malfunzionamento elettrico nei pressi dell’ingresso del garage: non è chiaro però se si tratti di alcune delle casse automatiche posizionate proprio vicino all’entrata del parcheggio. La polizia già nell’immediatezza

dei fatti ha interrogato anche il titolare dell’attività, il quale ha spiegato di non aver mai subito minacce o avuto problemi con qualche malintenzionato della zona: una circostanza, questa, che spinge gli inquirenti a escludere ulteriormente l’ipotesi del dolo. Le fiamme potrebbero essere infatti state sprigionate da un cortocircuito: cosa possa aver innescato quest’ultimo resta però al momento un grande punto di domanda.

Angelo Covino

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