I Bioritratti: Roberto Murolo, 90 anni fa iniziava la sua carriera

Pochi giorni fa è caduto il 112° anniversario della sua nascita e, nell’anno che abbiamo appena iniziato, cadrà il 90° dell’inizio della sua lunga carriera artistica.

Parliamo di Roberto Murolo, cantante, chitarrista e uno dei simboli della canzone napoletana. Murolo fu anche attore, in ben dodici film, tra cui “I falsari”, “Catene” e “Tormento”.

Nacque a Napoli il 19 gennaio 1912, da Lia Cavalli e dal poeta Ernesto Murolo, paroliere, quest’ultimo, di diverse canzoni, tra cui “‘O cunto ‘e Mariarosa”, “Piscatore ‘e Pusilleco” e “Quanno ammore vo’ filà”.

Dopo una gioventù passata tra sport (nuoto) e musica (chitarra), nel 1933 si esibisce con Vittorio De Sica ad Ischia. I due si erano conosciuti anni prima,  quando, colui che diventò un grande regista, andò da Ernesto Murolo a tenere un provino come attore, visto che Ernesto era anche drammaturgo. “Mio padre mi raccontò che De Sica si recò a casa nostra, accompagnato da due parenti, per chiedere di essere impiegato in qualche opera teatrale -confidò il chitarrista napoletano in un’intervista degli anni novanta- mio padre gli fece fare un provino, ma De Sica aveva una voce troppo bassa, così venne bocciato”.

A distanza di anni De Sica si ritrovò sulla strada di Roberto Murolo e cantarono insieme: “mio padre lo volle incontrare di nuovo, allora noi eravamo andati ad abitare in Viale Elena; De Sica venne a casa nostra e ricevette le scuse di colui che, anni prima, lo aveva escluso”.

Nel 1934, anche se inizia a lavorare come impiegato in un ente pubblico, avvia la propria carriera canora, proponendo un genere che si discosta dalla classica canzone napoletana di allora, basata e caratterizzata dalle forti voci, dal “do di petto”, dalle ugole squillanti, con le note emesse in modo potente. Roberto Murolo cantava a “filo di voce”, accompagnandosi con la propria chitarra.

“Io mi ispiravo a Germano Pasqauriello -disse Murolo in un intervista radiofonica del 1979 condotta dal musicista e giornalista, Carlo Loffredo- che non aveva una voce potente, ma riusciva a trasmettere forti emozioni”.

Roberto Murolo è stato un cultore della dizione, chiara e nitida, una virtù che consentiva alle sue canzoni di essere comprese anche da chi napoletano non era.

Fu molto attento ai testi, perchè era convinto che l’importanza della canzone napoletana fosse legata al 50% alla musica e l’altro 50% alle parole, quindi ciò che esprime concettualmente un brano non va trascurato, bensì valorizzato.

Nel 1934 si esibisce con il “Mida Quartet”, sodalizio che andò avanti per qualche anno. Finita la guerra si mette in proprio, “era il 1947, cantavo al Tragara di Capri e mi accorsi che le mie canzoni, cantate in modo sussurrato, erano anche un segnale della pace e della tranquillità dopo i tragici eventi bellici che avevano caratterizzato gli anni precedenti”.

Negli anni novanta, dopo oltre cinquantasei anni di carriera, legò il proprio nome a quelli di diversi artisti, proponendo brani diventati colonne della musica italiana: “Don Raffaè”, con De Andrè, “Ammore scumbinato”, con Arbore, “Sta musica”, con Consiglia Ricciardi e soprattutto “Cu’ mme”, di Gragnaniello,, cantata in coppia con Mia Martini.

In tutto Roberto Murolo incise circa 60 opere, tra dischi e CD, ricevendo onoreficenze, tra cui Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica e Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito.

Murolo morì a Napoli, nella sua casa al Vomero, il 13 marzo 2003, sconfitto da un tumore.

Fabio Buffa

Lascia un commento