Chi ha ucciso Giancarlo Siani? Il suo omicidio probabilmente non fu voluto solo dalla camorra

Alle 21:40 del 23 settembre 1985 il giornalista del “Mattino” Giancarlo Siani (26 anni, corrispondente da Torre Annunziata. In servizio temporaneo presso la redazione centrale di via Chiatamone 65 in attesa di una assunzione ufficiale) viene ucciso da due sicari della Camorra sotto la sua abitazione (in via Francesco Romaniello a Napoli, quartiere Vomero). 10 colpi di pistola calibro 7,65 – esplosi alle sue spalle e alla nuca – lo inchiodano sul sedile di guida della sua Citroen Mehari verde subito dopo aver parcheggiato la vettura in strada. I killer, a volto scoperto, lo stavano aspettando da un paio d’ore. Gli assassini hanno utilizzato un’arma di piccolo calibro, abitualmente non usata per compiere agguati camorristi, per depistare gli investigatori e far credere ad un delitto passionale oppure ad un tentativo di rapina finito nel sangue.

Il Tribunale ha condannato come esecutori materiali dell’omicidio Ciro Cappuccio e Armando Del Core. I mandanti (ai quali è stata inflitta la pena dell’ergastolo) sono stati individuati nei fratelli Lorenzo-Angelo Nuvoletta e in Luigi Baccante (tutti e tre boss egemoni sul territorio di Marano. Clan “Nuova Famiglia”).

Secondo la verità giudiziaria la sentenza di morte (decretata in agosto) contro Siani è stata determinata dalla pubblicazione di un articolo, da lui scritto e firmato, comparso nelle pagine interne del “Mattino” il 10 giugno 1985:  “Camorra, gli equilibri del dopo-Gionta”.

Un pezzo clamoroso perché non si limita a fare la cronaca degli avvenimenti successivi alla cattura del boss di Torre Annunziata Valentino Gionta (finito nella rete delle forze dell’ordine, dopo 10 mesi di latitanza, l’8 giugno 1985 assieme al pregiudicato e suo guardaspalle Francesco Vasto. Siani avrebbe voluto raccontare anche l’arresto del noto capo-Camorra in quanto profondo conoscitore del suo mondo criminale ma non gli fu concessa questa possibilità). Il giovane giornalista avanza pubblicamente l’ipotesi di un accordo segreto tra il clan Nuvoletta (Gionta e Vasto si erano nascosti nella zona controllata dai fratelli Lorenzo ed Angelo con il consenso di questi ultimi: Poggio Vallesana) ed i Carabinieri (autori della retata).

Obiettivo della trattativa: porre fine alla feroce guerra di Camorra in atto da tempo all’interno della “Nuova Famiglia”. La cattura di Gionta sarebbe, in altre parole, il “prezzo” pagato dai Nuvoletta per riportare la calma generale e per ristabilire un accordo soprattutto con il clan Bardellino (nemico numero uno di Gionta). Non meno importante: fermare un complice che rischiava di diventare un pericoloso concorrente avido di potere. L’espansione criminale di Gionta ed il suo tentativo di monopolizzare il controllo del traffico della droga hanno creato molta tensione tra le famiglie camorriste interne al suo “cartello criminale”. Proprio per questo motivo i clan Alfieri-Fabbrocino-Galasso hanno tentato di punirlo e di fermarlo con la strage del “Circolo dei pescatori” (26 agosto 1984: 8 morti, 7 feriti).

L’articolo manda su tutte le furie i fratelli Nuvoletta: implicitamente indicati come “spie”, come “soffioni”, come “confidenti degli sbirri”, come “infami”. In questo modo avrebbero perso credibilità agli occhi dei loro alleati. Inclusi i corleonesi di Cosa Nostra (Salvatore Riina e Bernardo Provenzano sono, in quel momento, al vertice dell’organizzazione mafiosa. I Nuvoletta e i Casalesi sono organici alla mafia. Più di tutti Riina avrebbe espresso subito la volontà di far uccidere Siani, quasi imponendola a tutti).

C’è dell’altro dietro l’agguato di via Romaniello?

Appresa la notizia dell’omicidio il Pretore di Torre Annunziata Luigi Gargiulo (co-sostenitore della fondazione di un Centro recupero per tossicodipendenti che Siani non vedeva di buon occhio) si reca immediatamente dal comandante dei Carabinieri Gabriele Sensales (amico del giornalista ucciso) e, con viso terrorizzato, gli chiede una scorta per poter continuare ad uscire di casa. Il magistrato ritiene che il delitto Siani è un avvertimento contro di lui. Il Dott. Gargiulo ha consegnato a Giancarlo del materiale scottante o ha condiviso con lui delle informazioni di lavoro (riservate) sui legami tra la Camorra e il Municipio a Torre? Tra la Camorra ed il Sindaco socialista della città Domenico Bertone? Il Dott. Gargiulo spingeva Siani ad esporsi al posto suo confidando in rivelazioni da prima pagina?

In quel periodo Giancarlo sta preparando un reportage su qualcosa di scottante (suddiviso in più parti. Corredato di foto?) da consegnare al settimanale italiano “Panorama”. Ne dà notizia al sociologo Amato Lamberti, fondatore e direttore dell’ “Osservatorio sulla Camorra”. Il giornalista glielo comunica anche la mattina del 23 settembre 1985, telefonandogli. Vuole parlargliene approfonditamente ma da vicino (fissa con lui un appuntamento per il giorno seguente: 24 settembre, ore 10:00). Preferisce evitare di incontrarlo vicino alla redazione napoletana del “Mattino” (secondo la verità giudiziaria perché quello stesso giorno, a pochi passi da via Chiatamone, il malavitoso Salvatore Annunziato è andato incontro a Giancarlo fingendo di volerlo salutare. Il vero motivo sarebbe stato quello di indicarlo ai suoi assassini, fermi ad alcuni metri di distanza, facendo memorizzare agli stessi il viso della vittima). Amato Lamberti non sempre fornirà agli inquirenti la stessa versione dei fatti su quegli ultimi contatti personali con Siani.

Il giornalista ha con sé le pagine del suo reportage quando viene ucciso? I sicari lo prelevano dalla sua Mehari dopo averlo freddato e se lo portano via? Oppure ci sono altre mani che lo fanno sparire? (dal cassetto della scrivania di Siani nella redazione del Mattino o da un altro posto nel quale era custodito) L’unica cosa certa è che non è stato mai trovato. Come non fosse mai stato scritto.

Secondo una ricostruzione emersa recentemente Siani chiede ad alcuni “Falchi” (poche ore prima d’essere assassinato) una scorta per il suo ritorno a casa la sera del 23 settembre.

Giancarlo sta seguendo degli indizi che conducono a strani movimenti di denaro (miliardi di Lire): partono dalla Capitale (Roma) e finiscono sempre nelle stesse tasche (personaggi importanti dell’area stabiese-torrese).

Sono tante le piste che Siani sta battendo, più o meno riservatamente, negli ultimi mesi della sua vita. Al comandante Sensales confida di voler controllare delle schede elettorali per poter capire quali candidati politici hanno ottenuto il maggior numero di preferenze a Torre Annunziata e in quali quartieri della città.

Se non fosse stato ucciso, il 25 settembre 1985 Siani avrebbe dovuto incontrare il consigliere regionale del Pci Alfonso Di Maio per ottenere del materiale su un intreccio di società che hanno ottenuto in gestione gli appalti per la ricostruzione post-terremoto (il sisma che colpì l’Irpinia il 23 novembre 1980). Una di queste società ha sede a Gragnano e vede al suo interno, come socio, un parente del Senatore Dc Francesco Patriarca (natìvo di Gragnano). La redazione di Castellamare di Stabia del “Mattino” (presso la quale Giancarlo ha lavorato, come corrispondente da Torre Annunziata, dal 1981 ad inizio estate del 1985) è sotto il controllo politico della Dc: tra gli impiegati figura la nipote di un Senatore dello stesso partito.

Dopo l’agguato i colleghi più stretti e più affezionati di Siani faticano non poco per far pubblicare la notizia dell’attentato in prima pagina. La qualifica di “cronista” – riportata sopra la terribile immagine del suo corpo priva di vita all’interno della Mehari verde – pare ad alcuni un po’ riduttiva rispetto al grande impegno che ha dimostrato Giancarlo per 4 anni. 6000 articoli ed una determinazione, unita a speciali capacità, che lo hanno portato ad operare come un giornalista investigativo.

L’elemento sul quale Siani porta maggiormente la sua attenzione negli ultimi tempi è una Delibera comunale approvata grazie alla legge 219. Con la stessa vengono erogati 85 miliardi di Lire destinati alla ricostruzione post-terremoto di Torre Annunziata nelle zone più danneggiate dagli effetti del violento sisma. Tra queste il cosìddetto “Quadrilatero delle carceri”, quartier generale del clan capeggiato dal potente boss Valentino Gionta. Forse Giancarlo riesce a mettere a fuoco il contesto di una “piccola” Tangentopoli nell’area stabiese-torrese? Ingenti finanziamenti pubblici “divorati” dalla “Nuova Famiglia” (in particolare da Gionta) con la complicità ed il coinvolgimento della locale amministrazione (guidata dal Sindaco socialista di Torre Domenico Bertone), della Dc, del Governo di Roma con la copertura di leggi approvate in Parlamento e in Consiglio comunale?

Fondi di investimento ed occupazione, piano parcheggi, la costruzione di un impianto elettrico per l’Ansaldo, l’azienda Ciba-Geigy: sono davvero tante le strade che Giancarlo segue per scavare a fondo nei rapporti sospetti o sporchi che legano la criminalità organizzata, il potere politico, il potere economico, gli imprenditori, i costruttori e la pubblica amministrazione (il Sindaco di s. Giuseppe Vesuviano arriva persino a minacciarlo).

C’è una pista che conduce anche al clan Giuliano di Forcella: parte dalla nascita di 12 Cooperative e 3 leghe centrali per aggiudicarsi degli appalti pubblici. La “facciata” prevede attività di reinserimento in favore degli ex detenuti per destinarli a lavori di pubblica utilità. 90 miliardi di Lire di finanziamento, 900 disoccupati stipendiati con 1 milione di Lire al mese. I posti di lavoro vengono “venduti” dalla Camorra al prezzo di 4-10 milioni di Lire. Il 40-50% degli affari è in mano ai clan con la complicità dei politici, dei consiglieri comunali e regionali, dei sindacati.

Un gigantesco, sporco business che frutta ingenti guadagni illeciti, che alimenta una vasta rete di corruzione e che in pochi anni favorisce la nascita di molte altre Cooperative in Campania. Una brutta storia che ha già mietuto una vittima: Vincenzo Cautero, personaggio collegato ai Centri di avviamento al lavoro. Assassinato in circostanze misteriose il 24 gennaio 1986, a pochi metri di distanza dal luogo del delitto Siani.

E’ verosimile supporre che l’omicidio di via Romaniello trova la sua spiegazione in una convergenza di interessi che vanno ben al di là della Camorra. Un filo rosso che parte da Roma e finisce a Torre Annunziata.

Daniele Spisso

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