Un articolato sistema di gestione delle risorse economiche emerge dalle indagini coordinate dalla Procura della Repubblica di Napoli – Direzione Distrettuale Antimafia nell’ambito dell’inchiesta che ha portato all’esecuzione di misure cautelari nei confronti di presunti appartenenti al clan Raia, attivo nel quartiere di Scampia. Al centro dell’organizzazione, secondo gli inquirenti, vi sarebbe una vera e propria cassa comune alimentata dai proventi delle attività illecite, in particolare dal traffico di sostanze stupefacenti.
Le attività investigative hanno consentito di ricostruire il meccanismo delle cosiddette “mesate”, somme di denaro periodicamente destinate al mantenimento dei sodali del gruppo criminale, sia di quelli in libertà sia di quelli detenuti. Un sistema ritenuto tipico delle organizzazioni di stampo mafioso, funzionale a garantire la coesione interna del sodalizio e la continuità operativa delle attività criminali anche in presenza di arresti e detenzioni.
Dalle intercettazioni, in particolare, emergerebbe come la ripartizione delle somme non fosse uniforme. I promotori del clan avrebbero stabilito criteri differenziati nella distribuzione del denaro, prevedendo quote maggiori per i sodali liberi e operativi all’esterno, ritenuti essenziali per la gestione quotidiana degli affari illeciti, rispetto a quelli detenuti, comunque destinatari di un sostegno economico costante.
Secondo quanto documentato dagli investigatori, la cassa comune avrebbe avuto anche la funzione di assicurare assistenza alle famiglie dei detenuti, rafforzando così il vincolo di appartenenza al gruppo e la fedeltà al clan. Un meccanismo che, per la Direzione Distrettuale Antimafia, rappresenta uno degli elementi costitutivi dell’associazione mafiosa, insieme al controllo del territorio e alla gestione delle piazze di spaccio.
Il quadro delineato rientra nelle contestazioni formulate nell’ordinanza cautelare emessa dal G.I.P. del Tribunale di Napoli. Si tratta di una misura adottata nella fase delle indagini preliminari e, come previsto dalla legge, le persone coinvolte sono da considerarsi presunte innocenti fino a eventuale sentenza definitiva.
