A 34 anni Lina aveva già attraversato una delle prove più dure che la vita possa imporre. Un tumore, cure invasive, una menopausa precoce arrivata come conseguenza inevitabile delle terapie. Il suo corpo ne era uscito segnato, la sua identità femminile ferita. Dopo aver superato il cancro, Lina aveva un solo desiderio: ritrovare se stessa, voltare pagina, ricostruire anche fisicamente ciò che la malattia le aveva tolto.
La scelta della mastoplastica additiva nasce da qui. Non per vanità, ma come tentativo di ricucire un rapporto spezzato con il proprio corpo. L’intervento, però, si trasforma quasi subito in un incubo. Fin dai primi giorni compare un dolore sternale fortissimo. Il chirurgo rassicura: è normale, è il decorso post-operatorio. Ma il dolore non passa. Anzi, si estende. Collo, spalla, braccio, scapola. Un dolore profondo, continuo, invalidante.
Con il passare delle settimane la situazione peggiora. Lina decide di far rimuovere le protesi, sperando che tutto finisca lì. Non cambia nulla. Il dolore resta identico, costante, feroce. Il medico che l’ha operata si allontana progressivamente, fino a sparire. Nessuna spiegazione, nessuna presa in carico reale. Vengono provati farmaci di ogni tipo, persino oppiacei, senza beneficio. Lina subisce anche un secondo intervento, nella speranza che qualcuno individui la causa di quella sofferenza. Ma anche questo tentativo fallisce.
Oggi Lina è una donna che ha sconfitto il cancro, ma vive prigioniera di un dolore che la invalida fisicamente e psicologicamente. Non riesce a lavorare, a dormire, a progettare. Ogni gesto quotidiano è una fatica. Alla sofferenza fisica si somma quella dell’abbandono: la sensazione di non essere creduta, di non avere più un riferimento medico, di essere rimasta sola con il proprio corpo che urla.
La sua è una richiesta di aiuto, non solo personale. Lina chiede ascolto a medici, specialisti del dolore, neurologi, chirurghi, ma anche a chi ha vissuto esperienze simili dopo una mastoplastica o altri interventi chirurgici. Chiede che qualcuno si fermi ad ascoltare la sua storia, che non venga archiviata come “caso difficile” o “dolore inspiegabile”.
Perché è difficile accettare che, dopo aver superato una malattia devastante come il cancro, una donna possa ritrovarsi così, per un intervento scelto per provare a rinascere. E perché nessuna guarigione può dirsi completa se il dolore viene ignorato. Lina oggi non chiede miracoli. Chiede risposte, cura, dignità. E soprattutto di non essere lasciata sola.
