Referendum sulla giustizia, le parole di Gratteri e il rischio di una riforma che indebolisce l’autonomia dei pm

“ Il messaggio del Procuratore Capo di Napoli Nicola Gratteri sull’imminente referendum della giustizia è difettoso per incompletezza del ragionamento: anche tra i cittadini in buona fede ci saranno coloro che sceglieranno il Si. Il problema è che lo faranno perché sono disinformati “ Nella dichiarazione pubblica resa dal Procuratore Capo di Napoli Nicola Gratteri pochi giorni fa – in merito al referendum sulla giustizia che si terrà in Italia il 22 ed il 23 marzo – probabilmente è molto sottile la “linea di confine” tra il formale giudizio di un tecnico ed il sentimento di un comune cittadino: per questo motivo il noto magistrato calabrese doveva essere, a parer mio, più attento nel comunicare ai Mass Media il suo messaggio. Inevitabilmente si è sollevato un “polverone” accompagnato da roventi polemiche (non tutte in buona fede. Specialmente quelle che provengono dalla politica, questo è indubbio) e da un “killeraggio” mediatico molto scomposto (le parole di Gratteri sono state definite addirittura “eversive” da qualcuno) che non ha risparmiato neanche i social (in particolare You Tube: lì ho letto nuovamente brutte ed immeritate frasi come quella di “Toga Rossa che fa politica”). Il Consiglio Superiore della Magistratura sta valutando l’avvìo di una procedura disciplinare nei confronti del Procuratore Capo di Napoli: a mio modesto parere non ce n’è motivo. Il CSM dovrebbe “imbestialirsi” più per le parole del Ministro della Giustizia Carlo Nordio (lo ha definito “para-mafioso” recentemente) e meno per quelle del Dott. Gratteri (verbalmente offeso persino dal Ministro Nordio: il Guardasigilli lo ha sostanzialmente indicato come persona disturbata da sottoporre a test psicoattitudinali). Nicola Gratteri resta uno dei migliori magistrati requirenti che abbiamo in Italia: la sua efficienza certamente non può essere scalfita dal fatto che alcune inchieste da lui coordinate hanno portato all’assoluzione di una parte (piccola o grande) degli accusati (come è capitato ad un procedimento penale da lui istruito e giunto a conclusione dopo 7 anni). E’ “fisiologico” nella carriera di un Procuratore Capo: la sua bravura non si misura sul numero delle condanne inflitte perché bisogna studiare gli atti processuali e capire quanto gli assolti erano realmente innocenti (non sempre verità giudiziaria e verità storica coincidono alla fine di un iter giudiziario, purtroppo. Un conto è l’applicazione della legge nel processo, altro conto è la giustizia al termine del processo). La ‘Ndrangheta (ormai diventata una organizzazione criminale potentissima e, sotto certi aspetti, anche più pericolosa di Cosa Nostra siciliana) considera il Dott. Gratteri peggiore di Falcone e di Borsellino in quanto all’efficienza del suo lavoro contro le Mafie: c’è una intercettazione che ne dà prova per l’ennesima volta (una conversazione intercorsa tra un boss mafioso calabrese e suo zio). Il parere del Dott. Gratteri su questo imminente referendum contiene una grande verità. Il suo difetto consiste nella incompletezza del proprio ragionamento: oltre agli indagati, agli imputati, ai massoni, ai poteri forti che temono il controllo da parte dell’autorità giudiziaria si esprimeranno per il Sì anche molti comuni cittadini in buona fede e (ahimè) disinformati. Soprattutto sul passaggio che riguarda la separazione delle carriere tra PM e Giudici. Forse ben pochi sanno che in Italia sono pochissimi i magistrati che scelgono di passare dalla funzione requirente a quella giudicante: un numero assolutamente irrisorio e che non crea alcun problema al buon funzionamento della macchina della giustizia. Ci sono, inoltre, delle regole precise (da dover rispettare) per farlo: occorrono 5 anni di servizio continuo; il cambio può essere effettuato una sola volta durante tutta la carriera; è vietato effettuare un simile passaggio nello stesso distretto giudiziario; è fondamentale la valutazione del Consiglio Superiore della Magistratura per esprimere un giudizio di idoneità o di inidoneità sulla modifica della propria funzione. Si tenga presente che l’attuale sistema disciplinare italiano nei confronti dei magistrati è il più rigido ed il più severo tra quelli ora in vigore in tutta Europa. Nell’infuocato dibattito di questi giorni ognuno cerca di “tirare in ballo” il proprio “personaggio famoso” per sostenere la scelta del Si: chi cita Palmiro Togliatti (storico dirigente nazionale del Partito Comunista Italiano), favorevole alla separazione delle carriere tra i magistrati; chi cita Giovanni Falcone, anch’egli favorevole alla separazione delle carriere tra i magistrati (sicuramente il Dott. Gratteri doveva verificare meglio le fonti che riguardano, su questo punto, il pensiero pubblico dell’ex Giudice Istruttore assassinato a Capaci. Il Procuratore Capo di Napoli ha commesso una piccola “gaffe” quando si è presentato alla trasmissione televisiva DiMartedì poco tempo fa). C’erano anche i contrari, però: tra questi il Dott. Paolo Borsellino (confidò le sue forti perplessità all’allievo ed amico Dott. Antonio Ingroia). Se c’è qualcuno che mi ha molto deluso è stato sicuramente l’ex PM Antonio Di Pietro: dovrebbe essere il primo sostenitore del No, avendo provato sulla sua vita-sulla sua carriera-sulla sua dignità personale e professionale lo sporco massacro operato nei suoi confronti, attraverso la strumentalizzazione politica di una parte dell’autorità giudiziaria, per tentare di distruggere un incorruttibile che aveva svolto con efficacia il proprio dovere contro il malaffare nel nostro Paese (l’inchiesta Mani Pulite – l’inchiesta su Tangentopoli). Mi sembra fuori luogo appropriarsi della “memoria” di Togliatti e soprattutto di Falcone perché l’obiettivo del Governo Meloni non è quello di rendere un buon servizio ai cittadini migliorando la qualità della magistratura italiana (o portandola a un livello più “democratico” con una suddivisione più ordinata delle differenti competenze. E’ proprio il Ministro Carlo Nordio che sta sfasciando il settore dall’ottobre 2022): i motivi che avevano spinto (decenni fa, in un sistema giudiziario completamente nonché radicalmente diverso da quello attuale) alcune valorose personalità pubbliche (come il Dott. Falcone) a sostenere la linea della separazione delle carriere tra togati requirenti e togati giudicanti. Se al Dott. Falcone fosse stato chiesto “Con il rischio concreto di un PM non più autonomo ma servo del Governo come valuta il tema della separazione delle carriere?” sicuramente l’ex Giudice Istruttore avrebbe risposto – pur continuando a difendere la sua convinzione – che un pericolo simile va evitato. Lo scopo di questo Esecutivo è quello di spaccare l’unità degli organi giudiziari e di controllare i Pubblici Ministeri, rendendoli più deboli con i forti e sottoponendoli ad un controllo politico. Questa non è una Riforma Costituzionale della giustizia, è una Riforma Costituzionale della “governance” della magistratura italiana per annullare l’autonomia e l’indipendenza del Pubblico Ministero dai centri di potere politico. Il disegno che ha in mente questo Governo prevede, difatti, non solo la separazione delle carriere tra togati requirenti e togati giudicanti ma anche l’istituzione di due CSM: uno si occuperà solo dei Pubblici Ministeri, l’altro si occuperà solo dei Giudici. E’ scontato che ci sarà una invadenza dei partiti di Governo nella formazione interna (ovvero nella scelta dei componenti) del secondo ed anche del primo organo disciplinare. Uno scenario molto pericoloso che finirà per avvantaggiare i politici, i parlamentari, i Ministri, i governanti, gli imprenditori corrotti e disonesti. Uno scenario inquietante che porterà inevitabilmente grossi benefici ai grandi criminali: quelli che possono contare su protezioni importanti e potenti, quelli che dispongono di ingenti risorse finanziarie.

Daniele Spisso

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