Lo scorso 29 gennaio Rajae Bezzaz, inviata del programma televisivo “Striscia la notizia”, ha realizzato un servizio su un tema poco dibattuto in Italia e completamente ignorato o molto sottovalutato dai mass media, dalle istituzioni, dalla politica, dalle statistiche ufficiali, dalle associazioni, forse anche dalla macchina della giustizia: quello delle violenze fisiche e psicologiche (morali) esercitate dalle donne nei confronti degli uomini.
In questo Paese non si è mai realizzata una vera parità di genere e non sempre la legge riconosce uguaglianza e dignità ai cittadini italiani così come recita l’articolo 3 della Costituzione della Repubblica Italiana: nella realtà di “ieri” le donne erano ben poco tutelate (legislativamente, istituzionalmente), erano frequentemente colpevolizzate quando subìvano uno stupro ed erano considerate – da una mentalità patriarcale purtroppo diffusa – esseri inferiori rispetto all’uomo; nella realtà di “oggi” la situazione si è totalmente rovesciata o quasi. Non poteva essere accettato e mantenuto (così com’era) il “vecchio sistema” (dunque è stato giusto modificarlo) ma non può essere accettato e mantenuto (così com’è) neanche quello “nuovo”. Entrambi sono “malati” (ovvero non sani) perché accomunati dalla mancanza di un equilibrio. Siamo passati da una Italia fortemente maschilista e patriarcale ad una Italia fortemente femminista (in passato si esagerava in un certo verso, in epoca presente si esagera in un altro verso). In senso “distorto” per giunta: l’obiettivo del Femminismo non è e non deve essere quello di porre (in tutto e per tutto) la donna in condizione di superiorità rispetto all’uomo (far sì che venga considerata più uguale – per il suo genere – dell’uomo; pretendere che venga tutelata di più e meglio – per il suo genere – dell’uomo; pretendere che venga creduta a prescindere – quando accusa – solo perché donna) ma di perfetta uguaglianza.
Intervistata da Raje Bezzaz su questo tema l’attuale Ministra per le Pari Opportunità Eugenia Maria Roccella (Governo Meloni) ha respinto il concetto (giusto) secondo il quale la violenza non appartiene ad un solo genere e non è perpetrata contro un solo genere. Il suo parere è tanto grave quanto inaccettabile e vergognoso.
Nessuno mette in dubbio che i reati commessi contro le donne (fino al più grave: l’omicidio, oggi denominato Femminicidio) hanno raggiunto ormai cifre impressionanti ed allarmanti ma nessuna persona in buona fede ed informata sui fatti (tutti i fatti) può pensare o addirittura affermare che certi episodi colpiscono esclusivamente il genere femminile. Una Ministra della Repubblica italiana – tra l’altro colei che è chiamata a promuovere e a tutelare, per la funzione che ricopre nell’Esecutivo, la parità tra i sessi – non può e non deve anteporre i suoi sentimenti personali, le sue (errate) convinzioni personali, la solidarietà femminile verso la propria categoria (tale da tradursi in fanatismo) all’oggettività dei dati consegnando all’opinione pubblica nazionale una clamorosa bugia.
Lo Stato, il Parlamento, i Governi hanno messo in campo uno spiegamento di forze notevole – tra leggi (non sempre garantiste), reti di associazioni, “Case Rifugio” – per proteggere, aiutare, tutelare le donne che sono vittime di violenza. Un sistema che coinvolge (direttamente e indirettamente) la politica, i partiti, i mass media, i movimenti femministi, le Case Rifugio, i Centri Antiviolenza (questi ultimi sovvenzionati con i fondi statali/regionali/a volte europei – dunque pubblici – che ricevono principalmente attraverso il Dipartimento per le Pari Opportunità tramite il “Fondo per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità”). Può esserci, qualche volta, il rischio di una strumentalizzazione pubblica di questo grave fenomeno sociale? Può esserci, qualche volta, il rischio di una strumentalizzazione pubblica di questa emergenza sociale? I soldi generano sempre dei business.
Spesso il denaro fa gola a tante donne in malafede pronte ad usare (anche per cause di separazione o di divorzio: ad esempio nell’ambito di contrasti legati all’affidamento dei figli in Tribunale) le leggi attualmente in vigore allo scopo di lanciare accuse false contro uomini innocenti distruggendo loro la vita per sporchi interessi (non è esclusa neanche la vendetta) o per problemi mentali (paranoia/manìa di persecuzione). Sono quelle finte vittime che (indipendentemente dai motivi alla base delle dannose azioni che compiono consapevolmente) approfittano dell’enorme potere (riconosciuto dal Diritto contemporaneo, legittimato dai Codici attualmente in vigore. Incluso quello “Rosso”) loro concesso; sono quelle finte vittime che approfittano di un contesto nazionale (legislativo – istituzionale – sociale – politico – mediatico) totalmente sbilanciato da un solo lato; sono quelle finte vittime che approfittano di una narrazione (istituzionale – politica – mediatica) totalmente sbilanciata da un solo lato. Il pensiero dominante di oggi tende a collocare indistintamente le donne nei panni di tante “Biancaneve” innocenti cui credere sulla parola. Lo stesso pensiero dominante di oggi tende a collocare indistintamente gli uomini nei panni di tanti “Orchi”, schiavi di una mentalità patriarcale (colpevoli finchè non viene dimostrata la loro innocenza rispetto agli addebiti contestati; costretti a pesare le parole persino se rivolgono un complimento in più – scritto o verbale – assolutamente normale e totalmente privo di cattive intenzioni).
L’ultima canzone dell’artista napoletano Sal Da Vinci (il brano che ha conquistato il primo premio all’edizione 2026 del Festival di Sanremo) è stata presa di mira da alcuni movimenti femministi italiani. Le “militanti” hanno verbalmente massacrato l’opera (del tutto innocua e incentrata su un bel messaggio di amore eterno in una coppia) accusandola insensatamente, con toni scomposti per giunta, di “Possessività” e di “Maschilismo”. E’ sconcertante veder smarrire così il lume della ragione. Le femministe italiane hanno dimostrato già in passato di non essere nuove a simili atteggiamenti: nel 1976, a Sanremo, il cantante Antonio Buonomo fu attirato in una trappola da alcune di esse e fisicamente aggredito dalle stesse. Motivo: il brano che aveva portato, quell’anno, al Festival della Canzone Italiana (dal titolo “La femminista”) non era stato gradito dalle sue picchiatrici.
Alla “guerra tra i poveri” si è aggiunta ormai la “guerra” delle donne contro gli uomini. E’ un quadro deplorevole nonché sconfortante.
Soprattutto se teniamo presente che viviamo nel Paese dei “2 pesi e 2 misure”: come ha documentato il programma televisivo “Striscia la notizia” lo scorso 29 gennaio regnano (di contro) abbandono, vuoto ed assenza da parte delle istituzioni italiane (in generale di tutta la macchina dello Stato) lì dove abbiamo storie (tragiche) di uomini vittime di violenza da parte delle donne. Un fenomeno anch’esso numericamente in crescita, a dispetto di quanto afferma (mentendo o ignorando) la Ministra Roccella per giustificare gli scarsi investimenti del Governo (quelli atti a creare una rete d’intervento in grado di fronteggiare la situazione nei suoi termini reali). Basta interpellare su questo punto l’Associazione Ankira dell’Avvocato cassazionista Veronica Coppola – molto attiva nel settore, impegnata nel contrasto alla violenza relazionale e domestica che colpisce anche gli uomini – per avere contezza delle allarmanti cifre che lo attestano. In questo senso l’Istat potrebbe fare la sua parte e contribuire a far cadere certe finte credenze nazionali sulla irrilevanza del problema ma – per motivi politici o meno, con dolo o con superficialità – va, guarda caso, alla esclusiva ricerca di numeri e dati che riguardano le sole vittime femminili (come è emerso dal servizio di “Striscia la notizia” del 29 gennaio scorso).
A farsi carico di questa situazione non possono essere solo le Forze dell’Ordine. Considerando, per giunta, la scarsa propensione delle stesse a prendere in seria e debita considerazione la portata di certi drammatici accadimenti nonché l’attendibilità di certe denunce (come hanno testimoniato ai microfoni di “Striscia la notizia” le stesse vittime maschili). Motivo che spinge chissà quanti uomini a non denunciare ciò che subìscono dalle loro persecutrici (una stima recente, emersa al termine di una apposita ricerca, parla di oltre 3 milioni di vittime maschili all’anno. Se consideriamo che non tutti gli uomini sottoposti a violenze trovano il coraggio di denunciare possiamo renderci conto del fatto che il numero reale è ben maggiore di quello ufficiale): così esponendosi a rischi concreti per la loro sicurezza personale, per la loro incolumità. Qualcuna può ricorrere all’intimidazione (non accontentandosi dell’umiliazione o delle percosse), qualcun’altra può adoperare un bicchiere d’acido, qualcun’altra ancora può decidere di uccidere.
Ci troviamo dinanzi ad una evidente stortura. Una disparità di trattamento provocata da una nuova forma di pregiudizio culturale alla rovescia; una disparità di trattamento causata da una discriminazione (tale da poter essere definita, alternativamente, con il termine razzismo) basata sull’appartenenza sessuale. E’ indegno di un Paese civile e democratico.
Nel suo servizio l’inviata Rajae Bezzaz ha intervistato Giuseppe Morgante: protagonista, suo malgrado, di una storia mostruosa (tra le tante che avvengono nel nostro Paese e che sono colpevolmente ignorate o presto dimenticate dal sistema nazionale dell’informazione pubblica).
Una vicenda – avvenuta a Legnano tra il 2018 ed il 2019 (già seguìta a suo tempo da “Le Iene”) – alla quale ho dedicato un dettagliato articolo pubblicato il 13 maggio 2023 dal quotidiano d’informazione on line con il quale collaboro: Periferiamonews.org.
Giuseppe (30 anni all’epoca del fatto, operaio presso un supermercato) fu vittima di atti persecutori, intimidazioni e minacce (rivolte persino alle amiche di lui, al fratello di lui) da parte di una sua ex, tale Sara Del Mastro: 38 anni (oggi ne ha 46), separata, impiegata in una impresa di pulizie, una figlia di 8 anni affidata ai servizi sociali. Donna con la quale il giovane ebbe una brevissima relazione durata appena 40 giorni. Giuseppe decise di lasciarla per troppa diversità di carattere, per insensata gelosia (patologica, ossessiva) da parte di lei e per l’instabilità emotiva che la giovane donna dimostrò di possedere.
Il 7 maggio 2019 la Del Mastro (incapace di accettare la fine del rapporto) affrontò Giuseppe in strada – sotto casa di lui – gettandogli sul volto dell’acido contenuto in un bicchiere da fast-food. Le otto operazioni chirurgiche alle quali Morgante fu sottoposto non riuscirono ovviamente a ricomporre il suo viso nelle stesse condizioni di prima e purtroppo non impedirono la perdita della vista all’occhio sinistro. Come se già fossero poche le sofferenze psicologiche e morali patite fino a quel momento dal povero giovane a causa della sua persecutrice.
Sara Del Mastro fu processata con rito abbreviato. Riconosciuta colpevole venne condannata a 7 anni e 10 mesi. Inspiegabilmente il Giudice monocratico non accolse, in sentenza, la fondata contestazione – aggravante – della premeditazione (idem, nonostante i ricorsi dell’Avvocato di Parte Civile, per quanto riguarda la decisione della Corte d’Appello e la sentenza definitiva emessa dalla Corte di Cassazione).
Con non poca fatica Giuseppe Morgante, sostenuto dalla forza e dall’amore dei suoi familiari – dei suoi parenti, è riuscito gradualmente a ritrovare un po’ di quella normalità e un po’ di quella serenità che aveva perso in tragiche circostanze (finito al centro di un incubo spaventoso determinato dalla follìa di una donna socialmente pericolosa).
Il percorso riabilitativo che sta tuttora affrontando è lungo e complicato perché gli interventi di chirurgia estetica dei quali ancora necessita costano migliaia di Euro. In particolare il prossimo che si appresta ad affrontare e che richiede l’impiego, costoso, di cellule staminali per intervenire sulla sua vista e salvargli l’occhio sinistro. Chiunque vorrà aiutarlo potrà farlo attraverso una donazione. Per effettuarla basterà accedere al sito web www.gofundme.com (“Aiutiamo Giuseppe, sfregiato dall’acido”).
Dimostriamo a Giuseppe e ai suoi cari che in questo Paese la solidarietà non è un concetto astratto presente solo nelle pagine del Vocabolario ma un fatto concreto. Dimostriamo loro che in Italia nessuna vittima viene lasciata sola e che esistono ancora gli esseri umani.
Non voltatevi dall’altra parte. La violenza non deve conoscere discriminazioni sessuali. Va combattuta e condannata senza se e senza ma: sempre, ovunque, senza differenze di genere. Tutti coloro che la subiscono sono meritevoli di difesa e solidarietà senza discriminazioni. Tutti coloro che la subiscono vanno considerati uguali davanti alla legge: le donne come gli uomini.
Daniele Spisso
