Dalla periferia nord di Napoli arriva una nuova voce della narrativa contemporanea. Ciro Zuppa, scrittore nato e cresciuto a Secondigliano, ha pubblicato il romanzo Noi che restiamo, una storia intensa ambientata tra le strade di Napoli e il bosco di Capodimonte. Il libro racconta il dolore della perdita, il peso dei segreti e la possibilità di rinascere quando si trova il coraggio di tornare a vivere davvero. Disponibile online su Amazon, Feltrinelli, IBS e altre librerie digitali, il romanzo segna l’esordio di un autore che porta nelle sue pagine emozioni profonde e uno sguardo autentico sulla vita.
Da dove nasce l’idea di “Noi che restiamo”, un romanzo che parla di perdita e rinascita?
“L’idea nasce da una riflessione semplice ma molto umana: tutti, prima o poi, ci troviamo a fare i conti con una perdita. Può essere una persona, una certezza, una parte di noi o un amore. Ho voluto esplorare proprio questo aspetto della nostra vita e raccontare come, anche attraverso il dolore, sia possibile trovare una strada verso la rinascita”.
Il protagonista Paolo Rinardi è uno chef affermato ma segnato dal passato. Come è nato questo personaggio?
“Mi interessava raccontare una figura che, nonostante il successo e le apparenze, porta dentro di sé cicatrici e fragilità. Non c’è una vera autobiografia nella sua costruzione, ma sicuramente ci sono emozioni e riflessioni sulla vita che appartengono anche alla mia esperienza personale”.
Napoli, tra le sue strade e il bosco di Capodimonte, fa da sfondo alla vicenda. Che ruolo ha la città nel percorso del protagonista?
“Ambientare la storia nella mia città è stata una scelta naturale. Napoli è fragilità e coraggio, mistero e resilienza, proprio come ciò che racconto nel romanzo. Il bosco di Capodimonte, in particolare, rappresenta per il protagonista un luogo di silenzio e riflessione, dove ricostruire il proprio passato e iniziare il percorso di rinascita”.
Nel romanzo compare un misterioso senzatetto che sembra leggere nell’animo delle persone. Cosa rappresenta questo personaggio?
“È un personaggio apparentemente agli antipodi rispetto al protagonista. Non possiede nulla, eppure sembra aver trovato una sua dimensione serena nel mondo, nonostante anche lui porti le ferite di un passato doloroso. In qualche modo rappresenta la memoria, ma anche la possibilità di redenzione”.
Lei è nato e cresciuto a Secondigliano. Quanto hanno influito il quartiere e le sue radici nel suo modo di raccontare?
“Come tutte le periferie, Secondigliano vive di forti contrasti ma anche di tanta umanità. Vivere qui ha certamente influenzato il mio modo di guardare la vita. Lettura, studio e sacrificio hanno poi alimentato in me la passione per la scrittura e il desiderio di raccontare storie”.
Con Noi che restiamo, Ciro Zuppa porta sulla pagina una storia che parla di ferite interiori, ma anche di speranza e possibilità di rinascita. Un romanzo che nasce dalla periferia e guarda all’animo umano con sensibilità e profondità.
