La tragedia dei Marchesi Casati Stampa: tre ipotesi per una strage

Sulla tragedia che ha posto fine alla vita intensa, avventurosa e trasgressiva dei Marchesi Casati Stampa di Soncino la sera del 30 agosto 1970 a Roma (in un lussuoso palazzo sito in Via Giacomo Puccini 9) esistono tre verità.

La prima è quella ricostruita dalla Polizia giudiziaria e dalla Procura della Repubblica di Roma: un duplice omicidio seguìto da un suicidio. Il Marchese Camillo Casati Stampa di Soncino (43 anni), di ritorno da una battuta di caccia in Veneto, imbraccia un fucile Browning A-5 a ripetizione calibro 12 (legalmente detenuto) caricato con 5 pallettoni. In salotto, dopo una discussione evidentemente degenerata, esplode due colpi contro la seconda moglie (la Marchesa Anna Fallarino Casati Stampa di Soncino, 41 anni): uno al braccio, l’altro al petto mentre lei è seduta in poltrona. Altri due spari raggiungono (alla schiena e alla testa) Massimo Minorenti (25 anni), studente di Scienze politiche con simpatie neofasciste e qualche amico coinvolto nel giro della droga (Minorenti è l’amante di Anna da qualche mese. Il giovane ha tentato inutilmente di ripararsi dietro un divano). Camillo fa fuoco un’ultima volta contro la consorte (quando è già deceduta), mirando alla gola.

Il Marchese, senza mai perdere la sua folle lucidità, ricarica il fucile con un altro pallettone e punta la canna dell’arma sotto il proprio mento, poggiando il “calcio” sulla spalliera di una poltrona. Preme il grilletto: la testa gli esplode all’istante disseminando pezzetti di materia cerebrale ovunque (alcuni finiranno sui mobili antichi e sui quadri di valore che compongono l’arrendamento del salotto).

La servitù (in quel momento l’unica ad essere presente in casa), formata da cinque domestici, non ha assistito alla scena perché è stata allontanata – con l’ordine di non disturbare – prima della tragedia. Il fattore scatenante dell’orribile accaduto è tanto semplice quanto chiaro: la gelosia.

Possiamo essere davvero certi del fatto che Anna Fallarino si apprestava a rompere il suo rapporto coniugale con il Marchese Camillo per inseguire un suo sogno d’amore con Massimo Minorenti? Possiamo essere davvero certi del fatto che la Marchesa amava il suo giovane compagno?

Anna era innamorata della bella vita e soprattutto del denaro: lusso e ricchezza. Camillo Casati Stampa di Soncino era in grado di offrirle tutto questo (come aveva fatto, del resto, per 11 anni); Massimo no: era un ragazzo senza un lavoro e, di conseguenza, abbastanza squattrinato. Era un “arrampicatore sociale”: la versione al maschile di ciò che era stata Anna da ragazza (quando lei aveva lasciato Amorosi, in provincia di Benevento, alla volta di Roma).

Forse neanche Minorenti provava alcun sentimento per la Marchesa: lei era indiscutibilmente una bella donna (molto affascinante, molto seducente, molto sensuale e con una grande carica erotica) ma probabilmente ciò che a lui interessava di più (o solo) era il patrimonio di Anna. Poter fare il “mantenuto” (a vita o finchè gli riusciva) a spese della Marchesa.

La seconda versione è quella sostenuta – in un libro – dalla scrittrice Maria Pia Selvaggio: un triplice omicidio camuffato da duplice omicidio-suicidio. In quella stanza al terzo piano di Via Puccini 9 le tre vittime non erano sole, secondo questa ipotesi: con loro c’era un’altra persona. E’ quest’ultima ad uccidere (a tradimento) Massimo Minorenti (complice – in un primo momento – di chi ha fatto fuoco) dopo aver spinto lo studente ad eliminare prima Camillo e poi Anna.

Un piano ben congegnato, freddamente preparato e messo in atto con una precisione quasi chirurgica. Studiato da tempo. I responsabili sarebbero – accomunati dallo stesso interesse e dallo stesso movente (politico ed economico) – un nascente terrorista (l’assassino di Minorenti) ed un secondo complice (nascente imprenditore. L’ideatore del massacro). Entrambi amici di Massimo ed entrambi rimasti “nell’ombra”.

E’ possibile formulare anche una terza ipotesi: Anna Fallarino Casati Stampa di Soncino si è servita del suo giovane amante Massimo Minorenti solo per provocare una crisi coniugale temporanea atta a ridefinire il proprio rapporto coniugale con il marito.

Forse è stato inscenato un ricatto di tipo sessuale contro il Marchese. Camillo, però, non ha avuto la forza di reagire: la paura di perdere il suo controllo su Anna; la paura di perderla (un timore che lo aveva già spinto ad un passo dal suicidio prima del 30 agosto 1970, come si evince dal contenuto di un messaggio scritto da lui in persona); la paura di veder crollare il suo potere e il suo dominio sulla mente della moglie; la paura di dover rinunciare ai loro giochi erotici e alle loro avventure sessuali trasgressive (dalle quali Camillo traeva un fortissimo godimento e un notevole autocompiacimento); la paura di essere rovinato dal ricatto e quindi da uno scandalo che avrebbe distrutto la sua immagine.

La risposta a tutto ciò è arrivata con 6 pallettoni da caccia caricati in un fucile Browning A-5 a ripetizione calibro 12 e con le stesse modalità ricostruite dalla Squadra Omicidi della Questura di Roma.

Qualcuno può aver provocato, istigato – dall’esterno – questa tragedia familiare? Qualcuno può aver manipolato, strumentalizzato – dall’esterno – i due amanti (Anna e Massimo. Soprattutto Massimo) per spingerli ad inscenare un ricatto attraverso il quale distruggere la reputazione del Marchese Camillo Casati Stampa di Soncino? Qualcuno può aver “appiccato il fuoco” (servendosi della Marchesa e dello studente playboy) per interesse economico?

Ancora oggi ci chiediamo come è stato possibile far arrivare ai Mass Media di allòra le pagine di uno degli 11 diari che Camillo Casati Stampa di Soncino riempiva con la minuziosa descrizione della sua vita sessuale di coppia e decine di fotografie (da un “archivio” composto di 1.500 scatti se non di più) che ritraevano Anna Fallarino nella sua splendida nudità in pubblico ed in privato o durante i suoi amplessi con sconosciuti (incontri organizzati dal marito voyeur). Domanda legittima dal momento che questo materiale era presente nella casa in cui si è consumata la strage e doveva essere logicamente custodito – in quanto “oggetto d’indagine” – dalla Polizia e dall’autorità giudiziaria.

Camillo e Anna possedevano in comune un patrimonio immenso. La loro ricchezza faceva gola a tanti. Forse anche a qualche persona senza scrupoli presente tra le conoscenze maschili di Massimo Minorenti.

Daniele Spisso

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