Partiamo dalla fine, anche se è un ricordo comprensibilmente terribile e molto doloroso. 23 settembre 1985: la giovane vita di suo fratello Giancarlo (giornalista del Mattino) viene spezzata da 10 colpi di pistola calibro 7,65 in un agguato camorrista compiuto sotto la vostra abitazione in Via Vincenzo Romaniello al Vomero. In famiglia avevate temuto per la sua vita e specialmente negli ultimi tempi? Ve lo aspettavate?
Effettivamente no. Nessuno di noi (io, i nostri genitori, i suoi amici più intimi) aveva percepito che vi fosse qualche rischio o che lui fosse esposto a qualche pericolo (meno che mai ad un pericolo di questo tipo). Qualche mese prima avevo però chiesto a mio fratello se lui si sentiva esposto a qualche rischio per le cose che faceva e che scriveva. Giancarlo mi rispose con una certa velocità, cioè senza neanche pensarci troppo: “No, perché dovrei rischiare? Io racconto i fatti quando poi accadono. Non li anticipo”. Questa risposta, data con una certa immediatezza ed anche piuttosto logica, mi tranquillizzò. Io evidentemente non capivo che lui i fatti non solo li raccontava ma li spiegava. Se spieghi cose pericolose puoi diventare pericoloso. Parliamo inoltre degli anni ’80: non c’erano le leggi che esistono adesso, non c’era l’attenzione che esiste adesso sul problema, non c’erano le scorte per i giornalisti. Era un mondo diverso però è certo che nessuno di noi aveva avvertito il pericolo tranne la sua ex fidanzata – Chiara – che viveva lontana da Napoli (a Bologna): ha raccontato, anni dopo, che lei percepì uno stato d’animo di Giancarlo un po’ strano, un po’ agitato negli ultimi giorni. E’ stata l’unica a capirlo e nessuno di noi aveva avuto questa impressione. Per noi, quindi, quello che accadde fu una sorpresa assoluta.
Che rapporto c’era tra lei e Giancarlo? Se dovesse descriverlo ai nostri lettori quali aggettivi sceglierebbe per tratteggiare la sua personalità?
Giancarlo aveva un carattere molto aperto, gioviale. Era una persona allegra. Gli piaceva lo sport, gli piaceva la vita, credeva nella pace e nella democrazia. Allenava una squadra di pallavolo, lui stesso era stato un giocatore di pallavolo. Era pieno di interessi e molto vivace in ciò che faceva. Il nostro era un rapporto tra fratelli (avevamo solo 4 anni di differenza, quindi non un tempo enorme): abbiamo fatto tantissime cose insieme. Andavamo fuori con la sua Mehari, andavamo allo stadio, avevamo frequentato le stesse scuole. Abbiamo avuto a volte anche degli amici in comune. Quindi un rapporto stretto tra due fratelli che stavano cominciando a vivere insieme la loro vita da adulti e da autonomi.
Quanti anni aveva Giancarlo quando scoprì la sua passione per il giornalismo?
Alle scuole medie un suo insegnante di Lettere s’inventò il “giornale di classe” – cosa molto rara in quel periodo (non si faceva mai) – e si accorse che Giancarlo aveva una particolare predisposizione per questo lavoro. Tanto che dopo un po’ lo nominò redattore capo di questo giornalino. Lui era molto contento e molto orgoglioso di questa nomina. Penso che allòra nacque questa sua passione. Finita l’Università cominciò a frequentare il Professore di Sociologia Amato Lamberti ed approdò (dopo varie collaborazioni) al giornale del sindacato Cisl. Iniziò a scrivere assieme ad un gruppo di giornalisti oggi importanti (come Carlo Verna). Alcuni di questi sono stati anche Direttori di quotidiani. Poi arrivò il contatto con il Mattino di Castellammare di Stabia (un rapporto di collaborazione, da “abusivo”) e piano piano raggiunse Torre Annunziata.
Giancarlo si confidava mai in famiglia, o almeno con lei, sui fatti che riguardavano il proprio lavoro? Sulle minacce che riceveva? Oppure preferiva (anche per un atteggiamento protettivo verso voi) custodire tutti i segreti che riguardavano la sua vita professionale?
Come mi hanno spiegato, in tutti questi anni, i colleghi di Giancarlo si tratta di una regola del loro settore: chi si occupa di una cosa pericolosa o scabrosa non avverte mai la sua famiglia, i suoi amici. Ovviamente li tiene al riparo da eventuali rischi. Accade sempre così. Però abbiamo scoperto dopo che lui quel giorno (23 settembre 1985) era molto preoccupato. Aveva capito o lo avevano avvertito secondo me che era in pericolo. Lui aveva provato a difendersi, aveva chiesto aiuto ad un poliziotto, aveva chiesto aiuto al Prof. Lamberti (gli disse: “Devo parlarti, non posso farlo al Mattino. Vediamoci domani mattina”). Quella giornata ha avuto sicuramente paura, purtroppo, e aveva capito che c’era qualche pericolo (forse non immaginava quanto grave). Di fatto non ha avvertito nessuno di noi. Era comunque un mondo senza telefonini e quindi non c’era l’abitudine di comunicare subito una cosa. Nessuno di noi sapeva niente. Forse aveva parlato di questa paura solo ai suoi colleghi del giornale con il quale collaborava in quel periodo (il Mattino di Napoli).
Ci sono voluti più di 10 anni e un lungo iter giudiziario per riconoscere anche in sede processuale la matrice camorrista di questo vile crimine (assicurando alla giustizia i mandanti e gli esecutori materiali): perché tante difficoltà malgrado l’evidente impegno di suo fratello contro la mafia campana ed in particolare contro i clan (quello dei Gionta in primis) del cartello criminale Nuova Famiglia?
Tutti gli omicidi di Mafia hanno lo stesso iter. Ci vuole tempo, ci vogliono molti anni. A volte non si riesce neanche a capire chi è stato. Non è una regola ma frequentemente accade. Sul delitto di Giancarlo sono stati messi in atto dei depistaggi importanti che hanno portato le indagini da altre parti, come capita spesso. Un bravo magistrato, il Dott. Armando D’Alterio, lavorando su Torre Annunziata riceve delle informazioni da un pentito; comincia ad appassionarsi a questa storia; inizia a capire; compie una indagine seria che conduce (8 anni dopo) a delle condanne all’ergastolo.
Secondo la verità giudiziaria Giancarlo è stato assassinato per aver ipotizzato, attraverso un articolo pubblicato nel Mattino di Napoli tre mesi prima dell’agguato che gli è costato la vita, un accordo segreto tra il clan Nuvoletta di Marano (organico a Cosa Nostra siciliana) ed i Carabinieri allo scopo di favorire la cattura del boss latitante Valentino Gionta, ponendo così fine ad una faida interna riguardante la Nuova Famiglia. Lei è d’accordo con questa conclusione o pensa vi fosse altro dietro questo omicidio?
L’articolo di Giancarlo, pubblicato nel giugno 1985, è la causa scatenante di questa storia. L’evento decisivo. Il clan Nuvoletta era un clan mafioso (lo sapeva anche Giancarlo. C’era scritto nei suoi appunti) e non poteva accettare la ricostruzione che lo vedeva “parlare con i Carabinieri” per far catturare il boss Gionta. Bisogna tener conto che la Mafia ha ucciso 8 giornalisti in Sicilia. Quindi una famiglia mafiosa non poteva far passare sotto gamba una cosa del genere. Giancarlo ha osato rivelare cose che la Mafia non voleva si sapessero. Alla decisione dell’organizzazione mafiosa (in quel momento guidata da Salvatore Riina) di uccidere mio fratello nessuno poteva opporsi, neanche i camorristi qui in Campania. Chiaramente ha inciso anche tutta la sua attività di giornalista: la denuncia dei rapporti tra la politica e la Camorra. Tutte cose che non hanno fatto parte integrante del processo sul suo assassinio ma con altri due Maxiprocessi – celebrati successivamente – il Dott. D’Alterio è riuscito ad ottenere la condanna anche del Sindaco di Torre Annunziata dell’epoca. L’ambiente dove lui lavorava e scriveva era un ambiente corrotto. C’era un accordo tra Mafia e politica che lui ha raccontato sul giornale e che è stato dimostrato dai magistrati molti anni dopo. In un contesto nel quale lui denuncia un fenomeno diventa determinante il fatto che mio fratello racconta di questo accordo. Tra l’altro la notizia esatta della cattura di Gionta la divulga solo lui. Non la danno altri giornali. L’arresto di Gionta avviene l’8 giugno 1985 (Giancarlo scrive il suo articolo il 10 giugno): il 9 giugno il Mattino di Napoli pubblica la notizia così come è stata data dai Carabinieri (durante un normale controllo a Marano i militari dell’Arma fermano una automobile e per caso vi trovano a bordo Gionta). Giancarlo legge questa ricostruzione e capisce che si tratta di una sciocchezza: un latitante così importante non si fa trovare a Marano e non viene preso così per caso. Lui contatta le sue fonti e queste gli rivelano la verità: il boss latitante era lì sotto la protezione del clan Nuvoletta e sono stati questi ultimi a farlo trovare. Quindi lui scrive il suo articolo il 10 giugno e, anche se in maniera un po’ larvata, racconta che invece potrebbe esserci stato un accordo tra i Nuvoletta ed i Carabinieri. Questa cosa, detta per giunta da un solo giornalista, è molto pericolosa perché diventa un messaggio non facile ma facilissimo. Questa è la gravità della storia.
Sul contesto nel quale è maturato il delitto di suo fratello sono state formulate due ipotesi: ucciso per aver scoperto – documentando il tutto con materiale riservato che sarebbe scomparso – una “Tangentopoli” campana che coinvolgeva amministratori, politici, camorristi, operatori economici e che vedeva al centro di questo intreccio i fondi per la ricostruzione post-terremoto in particolare nella zona di Torre Annunziata. Assassinato per aver messo a fuoco una grossa speculazione finanziaria operata – con la complicità di politici, consiglieri comunali, camorristi, sindacalisti – attraverso delle Cooperative (finite sotto il controllo del clan Giuliano di Forcella) deputate al reinserimento sociale e lavorativo degli ex detenuti. Qual è il suo parere in proposito?
Non sono state le uniche piste alternative o presunte tali proposte. Ce ne sono state altre, anche surreali (tra queste una che indicava Giancarlo come l’amante della moglie di un camorrista). Alcune erano atte a depistare. Ad ogni modo sono state tutte battute dai magistrati, dalla Polizia, dal Dott. D’Alterio ma nessuna di esse ha portato ad un possibile processo. E’ probabile che Giancarlo stesse lavorando anche su queste altre cose, che sapesse altro però l’unica strada d’indagine che è stata accertata – fino in Cassazione – e che non è stata mai messa in discussione dalla magistratura è stata quella che ha individuato nel suo articolo del 10 giugno 1985 il movente dell’omicidio. E’ sicuramente quella decisiva. Il Dott. Armando D’Alterio ha detto più volte che le altre piste (tutte valutate) non erano sufficienti a determinare un delitto del genere. Il motivo, nel modo più assoluto, è quello stabilito dalla verità giudiziaria: raccontare che un mafioso parla con gli inquirenti è – eccome – una ragione sufficiente per condannare a morte il giornalista che lo ha rivelato all’opinione pubblica nazionale attraverso le pagine di un quotidiano.
Lei è impegnato da moltissimi anni in una serie di attività e di incontri pubblici allo scopo di mantenere vivo il ricordo di suo fratello Giancarlo, contribuendo ad educare i ragazzi-gli studenti –gli uomini di domani alla legalità. Cosa la colpisce in particolare durante questi dibattiti e cosa riscontra, di positivo, nella generazione di epoca contemporanea?
Per prima cosa io ho il compito ed il dovere di raccontare Giancarlo il più possibile a chiunque e dovunque per far sì che non venga dimenticato. Quindi per tenerne vivo il ricordo e anche per ribellarmi ad una cosa così cattiva e disumana (il suo omicidio). Perciò sento questo compito che mi tocca fare. Quando parlo di lui in pubblico noto che i ragazzi sono colpiti in maniera enorme dalla sua storia, a volte non la conoscono nemmeno. Quando la racconto rimangono perciò sorpresi ed affascinati. Ciò che mi conforta molto è che ormai questo accade non solo in Campania ma in tutta Italia (recentemente sono stato a Cesena, a Pisa). Il 9 aprile è venuta a Napoli la seconda rappresentanza delle scuole di Padova allo scopo di conoscere i posti nei quali si è svolta la vita di Giancarlo, leggere i suoi articoli, ammirare il murale a lui dedicato, vedere la sua Mehari. Tutto questo significa che c’è (in tanti contesti, anche lontani dal capoluogo campano) un grande interesse verso la sua figura e una voglia di non dimenticarlo.
Ritiene che oggi è molto difficile in Italia e specialmente nel sud Italia poter fare ancora giornalismo d’inchiesta come Giancarlo?
Non è difficile, lo fanno tanti giornalisti. Magari non quelli famosi che vanno in televisione ma giovani ragazzi che scrivono per i giornali di periferia o nei piccoli centri. Raccontano storie difficili e lo fanno con molta dedizione. Lo fanno bene. Perciò penso che esiste ancora il giornalismo d’inchiesta. Forse è un po’ soffocato dal giornalismo di chiacchiera, di pettegolezzo, dei social. Io conosco tanti giovanissimi ragazzi che fanno questo lavoro in posti difficili dove rischiano la vita. Operano con passione perché è il loro lavoro.
Tra le sue battaglie più importanti, Dott. Siani, c’è quella che ha riguarda Palazzo Fienga: ex “roccaforte” del clan Gionta a Torre Annunziata. L’edificio è stato sequestrato ma non è stato abbattuto o restituito alla comunità. Cosa lo impedisce?
Ci sono una serie di vincoli, anche amministrativi. In primo momento c’era l’intenzione di ristrutturare questo edificio e trasformarlo in un ufficio amministrativo collegato alle attività di Polizia. Successivamente questa operazione si è rivelata complicata. La nuova Giunta di Torre Annunziata ha ottenuto nel frattempo il permesso per farlo abbattere definitivamente però occorre tempo a causa di diversi cavilli burocratici che vanno superati. Non è tanto semplice ma è certo che quando questo palazzo cadrà Torre Annunziata sarà più libera perché anche se – adesso – vuoto rimane il simbolo del malaffare.
Può lasciare per i nostri lettori un ricordo del compianto Libero De Rienzo (l’attore che ha splendidamente interpretato Giancarlo nel bellissimo film di Marco Risi “Fortapasc”) ?
Libero (“Picchio” come lo chiamavamo affettuosamente noi e tutti coloro che lo hanno conosciuto) era una bellissima persona. Un ragazzo pulito, genuino, vero. Ha accettato di fare questo film con Marco Risi e si è innamorato di questa storia. Lui mi raccontava che Giancarlo gli ha cambiato la vita. Ogni volta che lo chiamavo per venire con me in qualche scuola a parlare di “Fortapasc” lui mi accompagnava sempre molto volentieri perché gli faceva piacere. Si rivolgeva ai ragazzi in maniera diretta, franca, chiara, schietta. Quindi è stato con me tante volte e in tante scuole a parlare di mio fratello. La sua morte è stata un colpo duro per tutti noi (me, Marco Risi, tutti quello che lo conoscevano) perché era un ragazzo bravo, generoso, buono. Purtroppo si è trovato in un momento difficile della sua vita e non è riuscito a recuperarlo. Non è stato neanche aiutato per evitare questa tragica morte.
Oltre ad essere uno stimato Pediatra (Presidente Nazionale dell’Associazione Culturale Pediatri) lei si è dedicato anche all’attività politica (è membro del Partito Democratico, è stato parlamentare con lo stesso partito ed ha ricoperto la carica di Vicepresidente della Commissione parlamentare sull’infanzia e sull’adolescenza). Nel 2015 si pensò a lei come al nuovo Sindaco di Napoli. In quel momento pronunciò una frase bellissima: “Non basta essere una persona perbene per essere anche un buon Sindaco”. Quali sono le doti e le caratteristiche che una persona perbene deve possedere per poter rendere al meglio il proprio servizio in politica (specialmente quando deve misurarsi con realtà difficili, corrotte, inquinate, soffocate dall’intreccio potere criminale-potere politico-pubblica amministrazione-potere economico) ?
Essere una persona perbene è una condizione indispensabile per accedere ad una qualsiasi carica pubblica: è la base per poter fare il Sindaco o per assumere un ruolo di pubblico amministratore o di politico. Non si tratta di una caratteristica decisiva o di un motivo per ricoprire una determinata funzione, deve essere sottintesa e scontata. Se non sei una persona perbene non puoi ricoprire questa o altre cariche. Fare il Sindaco è un lavoro molto complicato e difficile perché c’è bisogno di avere competenze anche di tipo amministrativo. Io non le ho e quindi era difficile per me gestire una cosa del genere. Tra l’altro è avvenuto nel 2015: in quel periodo ero molto preso dal mio lavoro di Pediatra in ospedale, quindi non avevo nessuna velleità in quel senso e pensavo di non averne le capacità. Nel 2018, invece, mi fu proposto di candidarmi per il Parlamento: è diverso dal fare il Sindaco perché lì non devi amministrare ma devi avere un ruolo propositivo. A quel punto mi convinsero, con buone ragioni, ad accettare. Sono stati quasi 5 anni di grande soddisfazione. Ne ho un ricordo molto positivo di questa mia esperienza parlamentare perché mi ha appassionato e perché mi sono occupato di tantissime cose per le quali sapevo e potevo spendermi: sull’infanzia, sulla Sanità (tra l’altro nel difficile periodo della pandemia da Covid-19). Ho assunto tante iniziative utili per il Paese fino ad arrivare ad una importante legge, approvata dalla Camera, che tutelava i figli (i bambini) di mamme detenute (pur non essendo arrivata in Senato per la caduta del Governo in quel momento in carica).
Nel 2025 lei ha scritto un bel libro dal titolo “Cyberbullismo. Piccolo manuale per proteggere e guidare la generazione digitale”. Perché ha scelto di intervenire su questo grave fenomeno toccando con un volume questo terribile quanto delicato argomento?
Vedevo e vedo bambini, ragazzi presi troppo dal digitale e colpiti dal Cyberbullismo. Tra l’altro mi sono molto occupato alla Camera, con la Commissione infanzia, di questo tema attraverso una serie di lavori interessanti e di alcune proposte legislative (ad esempio quella, approvata definitivamente dopo la conclusione della mia esperienza da parlamentare, di bloccare per certe attività le SIM intestate ad un minore con il “parental control”). Per questo motivo durante un incontro con l’editore Giannini mi è stato proposto di scrivere un libro su questo argomento. Avevo un po’ di tempo per dedicarmi a questo impegno e così l’ho assunto. Il libro – nato quasi per caso – è stato ben accettato dal pubblico (inaspettatamente ha venduto quasi 2.000 copie) e quindi è andato bene. Girando vari posti e incontrando tanti genitori per presentarlo mi sono accorto che era necessario dare anche informazioni alle famiglie sull’uso di questi nuovi mezzi tecnologici per evitare il fenomeno del Cyberbullismo. Da questo volume sta nascendo un altro libricino – scritto assieme a mie colleghe – che uscirà a giugno di quest’anno e che dovrebbe intitolarsi “Benessere digitale” ovvero come star bene sul digitale partendo dal presupposto che non se ne può fare a meno. Utilizzarlo bene ed insegnare ai ragazzi e ai genitori (già dei bambini molto piccoli) come adoperarlo e quando.
In quali e quanti modi si manifesta (indipendentemente dal genere e quindi dal sesso) il Cyberbullismo? Qual è (se c’è) un comun denominatore delle sue differenti, molteplici “facce”?
Questo grave fenomeno non è altro che la manifestazione del bullismo nelle scuole o in un ambito comunque ristretto. E’ sempre avvenuto e purtroppo per molti anni l’abbiamo ritenuto un fatto “normale”, “fisiologico”. Invece non è né l’uno né l’altro e fa del male al bullo e al bullizzato. Se questo fenomeno avviene in un ambito circoscritto e preciso (una classe scolastica, una squadra di calcio, una squadra di pallacanestro) noi riusciamo a sapere chi è il bullo e chi è il bullizzato, sappiamo chi ne è testimone e chi vede (la squadra, la comunità, la classe, l’insegnante): così può essere in qualche modo contrastato e contenuto. Quando il fenomeno si sposta nel cyber non si sa chi è il bullo, non c’è una classe che ti protegge, non c’è l’insegnante che fa l’arbitro. Quindi diventa una aggressione che ti paralizza: non sai perché avviene, non sai chi la fa (chi ti sta bullizzando). Questo è molto pericoloso. Tra l’altro sul cyber anche le persone che dal vivo non sarebbero mai bulli diventano tali perché hanno uno schermo ed una protezione: pensano di essere invisibili ed intoccabili grazie alla rete. E’ perciò un fenomeno molto pericoloso, molto diffuso, fa molto male ai nostri ragazzi e va necessariamente contrastato insegnando ai figli e ai genitori come si usa il telefonino. Se tu non sai che un dispositivo mobile può essere di per sé un veicolo di queste azioni di Cyberbullismo non te ne accorgi del problema, non sai quali rischi corri e quindi puoi diventare facilmente una preda.
Quale consiglio intende dare ai ragazzi che ne sono vittime e a quelli che ne sono responsabili? Quale messaggio vuole lanciare agli insegnanti e alle famiglie affinchè possano fare la loro parte, al meglio che si può, per arginarlo?
E’ un argomento che sarà affrontato nel nuovo libricino. In ogni scuola c’è un gruppo di insegnanti che lavora proprio su questi fenomeni (molto frequenti, purtroppo. Difatti mi invitano spesso a parlare con i loro allievi e con le loro famiglie). Il messaggio che intendo dare ai ragazzi che ne sono vittime è quello di non rimanere in silenzio: quando ti capita una cosa del genere fai uno screenshot dell’insulto, parlane subito con qualcuno (i genitori, l’insegnante, il tuo allenatore sportivo). Agendo così già il primo insulto può essere identificato e bloccato. Se non ne parli o se rispondi all’insulto finisci in un circolo vizioso dal quale non uscirai più. Se nessuno fa niente l’insulto diventa soffocante e il ragazzo o la ragazza che lo subìsce può arrivare a fare cose molto gravi. Chi fa il cyberbullo ha certamente delle problematiche di tipo psicologico e va guarito o aiutato in qualche modo, accompagnato verso un fenomeno che diventa preoccupante se c’è l’immobilismo di tutti. Anche il bullizzato va naturalmente aiutato. E’ importante da parte dei genitori controllare cosa fanno i ragazzi sui social, andare a vedere cosa succede, inserire i “parental control” per i più piccoli, invitare i loro figli a raccontare ciò che fanno. A volte basta cogliere dei segnali improvvisi che indicano qualcosa di strano rispetto ai comportamenti soliti di tutti i giorni: silenzi, inappetenza, mancanza di sonno. Potrebbero essere la prova di un bullismo o di un Cyberbullismo in atto. E’ ovvio che non può essere solo la famiglia o la scuola a risolvere il problema ma tutta la comunità. Il punto di partenza è quello di comprendere l’esistenza del problema, affrontarlo e risolverlo. Se, al contrario, lo si lascia al singolo genitore, al singolo insegnante non viene risolto. Rimane là e non si arriva a nessuna conclusione.
Daniele Spisso
