“Quando le gatte mocciose fecero miracoli”: in un libro l’esperienza formativa di due docenti di Secondigliano

“Se si perdono i ragazzi più difficili, la scuola non è più scuola, ma un ospedale che cura i sani e respinge i malati”. A questa idea di scuola di Don Milani si riallaccia l’amore per l’insegnamento di due professoresse di scuola secondaria di primo grado di Secondigliano, Maria Rosaria Russo e Maria Falco, che hanno raccontato l’esperimento di didattica inclusiva da loro coordinato nel libro “Quando le gatte mocciose fecero miracoli”. Le due docenti hanno sovvertito le tradizionali lezioni frontali, cercando di rendere la loro classe un luogo di accoglienza e di inclusione per tutti i loro alunni, prestando attenzione e cura alle esigenze e ai bisogni educativi di tutti loro. Per capire come è stata portata avanti questa sfida didattica e quale messaggio ci insegna, ne abbiamo parlato direttamente con loro.

L’idea di scrivere un libro sulla vostra esperienza scolastica nasce in maniera spontanea o da un’esigenza?

«La motivazione che ci ha spinto alla pubblicazione del libro è fondamentalmente semplice. Si è voluto lasciare traccia di una sperimentazione annuale di alcune buone prassi didattiche programmate in una classe ad abilità differenziate, attraverso l’uso di strategie e metodologie integrative ed inclusive. Il buon successo formativo di tutti gli alunni, ma soprattutto di quelli più fragili, che hanno superato tante difficoltà, raggiungendo competenze solide e spendibili, ha sostenuto ancora di più il forte desiderio di condivisione delle esperienze fatte, vissute inizialmente come sfida didattica».

Com’è stato possibile affrontare la “complessità” della vostra classe?

«Gli inizi sono stati molto duri e non è mancato qualche momento di sconforto.

La composizione della classe, con la presenza di tanti alunni con bisogni educativi speciali molto diversificati, ha richiesto di operare una vera e propria rivoluzione “copernicana”. I ragazzi sono diventati i veri protagonisti di una didattica innovativa, estremamente flessibile e personalizzata. Essa è stata costruita, giorno dopo giorno, in base ai mutevoli bisogni evolutivi dei singoli e del gruppo ed è stata aperta a forme di apprendimento non convenzionali, basate essenzialmente sulla “Warm cognition”, cioè sull’apprendimento “per emozioni”, naturalmente garantito da un nostro forte impegno umano. Il lavoro continuo di inclusione e integrazione svolto in classe ha condotto tutti a considerare la diversità e la disabilità come arricchimento e risorsa; inoltre, come si è accennato, il creare quotidianamente legami e ponti “affettivi”, sia tra gli stessi ragazzi che tra noi e loro, ha prodotto effetti positivi “a cascata” consentendo la crescita umana e culturale di tutti. Questo è avvenuto perché ciascuno è stato messo in condizione di funzionare al meglio in relazione alle sue caratteristiche e potenzialità evolutive».

Quale messaggio vi sentite di voler rivolgere ai/alle vostri/e colleghi/e che, in quartieri più difficili come Secondigliano, si ritrovano in classi definite “problematiche”?

«Per rispondere a questa domanda prenderemo in prestito, con molta umiltà, alcune righe finali della nostra pubblicazione. Specialmente in contesti di classe a vario titolo problematici “(…) l’insegnante deve “imparare” insieme ai ragazzi per mettersi in gioco non come “dispensatore” ma come “animatore” di cultura, progettando e realizzando attività creative e ricche di senso.

È necessario una presa in carico, un “I care” globale rivolto ai ragazzi, con atteggiamenti di profonda comprensione delle loro difficoltà, senza alcun intento sanzionatorio; nel contempo bisogna sostenerne gli sforzi adattivi, anche minimi, per far crescere in questi ultimi la curiosità e la gioia dell’imparare (…). Naturalmente questo è possibile solo se si abbandonano una volta e per tutte modelli trasmissivi e lineari di insegnamento dove si spiega, si interroga, si valuta in tristi lezioni frontali, in favore di forme nuove di didattica laboratoriale e viva che creino esperienze di “bellezza”, per dirla con il maestro Franco Lorenzoni.Nessun alunno, fosse anche il più difficile, rimane tale nel tempo se avverte forte e sincero l’interesse, la cura e le risposte ai suoi bisogni evolutivi che un insegnante affettivo e partecipativo dimostra.  Ma siamo sicure che molti professionisti della didattica abbiano provato l’emozione del cambiamento dei vari gruppi classe “difficili” o “impossibili”, scoprendo abilità e capacità inespresse nei propri alunni, attraverso forme nuove di insegnamento partecipato. La speranza è che la nostra testimonianza possa essere d’aiuto a colleghi che operano in contesti scolastici magari simili a quello in cui abbiamo lavorato».

Quale appello invece vorreste mandare ai genitori dei ragazzi?

«Un appello accorato, proprio accorato, che come Educatrici sentiamo di fare alle famiglie è quello di trascorrere più tempo possibile con i propri figli, tempo che va strutturato in modo tale da offrire modelli positivi e sicurezze emotive. In questo tempo, il nostro, in cui la rete dei rapporti sociali non tiene più come un tempo, dove le famiglie mononucleari vivono in affanno tra impegni e difficoltà di ogni tipo, la tentazione della delega educativa è fortissima e va evitata. Di contro, una realtà positiva nel sistema famiglia, emersa in tempi di prima emergenza Covid, è stata la scoperta della bellezza e importanza del “fare insieme”. Preparare un dolce, aiutare i propri figli nel “bricolage” per una richiesta scolastica o seguirli nei compiti sono stati gesti di vicinanza che hanno avuto uno straordinario impatto nel processo di crescita dei nostri preadolescenti, preservandoli da paure e insicurezze che il terribile evento pandemico amplificava giorno dopo giorno. Inoltre, la coabitazione forzata imposta durante il lockdown e la vigile presenza genitoriale durante la DAD hanno aperto nuove possibilità di comunicazione/comprensione all’interno della comunità familiare e tra essa e quella scolastica, evidenziando l’importanza della Scuola come fondamentale “Agenzia educativa”.

Quel che di buono c’è stato nel disastro della pandemia non deve essere perso».

Secondo voi, in che modo il sistema scolastico può aiutare e può adeguarsi ad ogni tipo di esigenza dei ragazzi?

«Domanda da un miliardo di dollari…Occorre un coraggioso processo di svecchiamento del sistema scuola, che, come si è accennato, è ancora legato saldamente a forme di didattica di tipo tradizionale. Svecchiamento che non può essere solo inteso come uso delle nuove tecnologie in classe. La rete ha sicuramente offerto orizzonti sconfinati di conoscenza ma anche l’uso massivo e delegante delle nuove tecnologie in classe ha i suoi rischi. Forme di insegnamento funzionali e funzionanti non possono invece prescindere dalla comprensione degli stili cognitivi degli alunni, dalla considerazione delle loro intelligenze multiple, dalla flessibilità dei percorsi didattici programmati, dall’inclusione e dall’integrazione come “conditio sine qua non” per una scuola realmente democratica che non lasci indietro nessuno. Questo traguardo può essere raggiunto nel tempo coniugando quanto affermato sopra alla necessaria dimensione laboratoriale e cooperativa nella vita di classe. Il “learning by doing”  (imparare facendo),  il “Cooperative learning” (imparare insieme) e la necessaria sinergia con altre agenzie educative territoriali appaiono oggi come oggi il filo rosso da seguire per una scuola di qualità che possa traghettare tutti, e sottolineiamo tutti, gli alunni verso  traguardi di sapere e saper fare potenzialmente infiniti».

Sara Finamore

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