“Napulammore” e Gaetano Iodice: così rivive alla finale del Festival di Napoli la tradizione classica

Un ritorno alla tradizione napoletana classica e un forte amore per la scrittura è quello che contraddistingue la penna di Gaetano Iodice, poeta napoletano nato in periferia e autore di testo e musica di un brano giunto in finale al Festival di Napoli 2021, gara musicale storica della nostra città. Il testo, a tratti autobiografico, è accompagnato da una melodia allegra di chitarra e mandolino e riprende la filosofia della fortuna che aiuta sempre chi si sacrifica e s’ingegna e in questo caso permette al protagonista di rendere felice la sua innamorata, proprio come desidera. Il brano sarà interpretato da un gruppo molisano, i “Napulammore”, con cui Iodice ha intrapreso da qualche tempo una proficua collaborazione. Per saperne di più sulla sua attività creativa, sulla canzone e sui suoi progetti con il trio musicale, ne abbiamo parlato direttamente con lui.

Il Festival di Napoli ha una grande storia alle spalle, che parte dal 1952. Cosa significa per lei poter partecipare ad una competizione musicale, storica per la città, con una canzone scritta e musicata da lei?

«La partecipazione al Festival di Napoli è il coronamento di un sogno, un riconoscimento personale dopo anni di studio e sacrificio, il sacrificio di un ragazzo cresciuto e diventato uomo in periferia e non al centro e per quanto possa apparire retorica o scontata questa affermazione, trasuda un valore per me inestimabile. Ho imparato da autodidatta, come fu per tanti autori napoletani, tra cui amo citare Salvatore Gambardella e il celebre Totò, da cui traggo ispirazione non solo per quanto concerne l’attività poetica, ma soprattutto nel modus vivendi. Il festival è stato negli anni d’oro il trampolino di lancio per autori ed interpreti, oggi per me risuona come un’opportunità da cogliere a pieno e mi auguro che sia così».

Ci parli della sua canzone…

«La canzone s’intitola “’A bbonaciorta”, ed è una mia poesia scritta alcuni anni fa ed oggi fa parte del mio primo volume di versi napoletani intitolato “Parole Appassiunate”. Come quasi tutte le mie poesie è autobiografica, il racconto a tratti della mia vita, dei miei sentimenti, del mio aggrapparmi alla filosofia di vita partenopea a cui credo come concetto reale e non astratto, in grado di migliorare, quantomeno moralmente, le vicissitudini che ci accadono ogni giorno. “’A bbonaciorta” è un ragazzo innamorato e povero, pronto a disfarsi dei suoi beni più cari, una chitarra e un mandolino, per racimolare qualche soldo in più e donare all’amata nient’altro che una cena, ma non una cena qualunque, bensì consumata nel borgo di Marechiaro, accanto alla Fenestella decantata dal Di Giacomo, ritrovando in quegli attimi la gioia di vivere e di lottare, fiducioso che la “buona sorte” arriverà, pur sempre col sacrificio e l’inventiva. In fondo posso dichiarare gioiosamente che sia andata realmente così per me: ho 32 anni e voglio lanciare un monito ai giovani della nostra terra. Lottare sempre, anche quando tutte le porte sembrano chiuse e ‘nzerrate, prendetele a calci e apritevele da soli. Un’opportunità c’è anche qui, rivalutiamo i nostri luoghi, e nun stammo a ssentì qualche parente che ci consiglia di “sputare a terra” e andarcene poiché sarebbe sputare in faccia a sé stessi».

Ha scritto altre canzoni in lingua napoletana? Se sì, come mai preferisce il napoletano all’italiano quando scrive?

«Come ho riferito in precedenza, sono autore di svariate poesie, ad alcune ho calzato una melodia ad altre no. Il denominatore comune è la lingua napoletana. Perché la preferisco? Perché sono me stesso, l’italiano non mi appartiene, è solo una forma verbale istituzionale per i convenevoli e niente più, mentre nel napoletano ci sguazzo come un bambino che nuota in un mare di felicità. Lo studio dell’etimologia, delle forme arcaiche, dell’evoluzione, la sua innata musicalità ne fanno un vaso di pandora dove attingere cultura. Ne approfitto anche per annunciare che entro la fine dell’anno pubblicherò il mio secondo volume di poesie napoletane intitolato “Napoesia”».

La canzone non sarà interpretata da lei, ma da un gruppo molisano, “i Napulammore”. Com’è nata questa collaborazione?

«La collaborazione artistica coi “Napulammore” nasce durante la prima ondata di covid. Tramite i social cercavo qualcuno che potesse restaurarmi un antico mandolino e sono incappato nella simpaticissima e napoletanissima figura di Marco Adovasio. Un molisano dal cuore napoletano, ma così napoletano che tanti miei concittadini dovrebbero prenderlo come esempio di devozione, passione e rispetto, tale è l’amore che ha per la nostra città. Da quel momento mi si è aperto un mondo: Marco era il mandolinista di un gruppo musicale, appunto i “Napulammore”, un trio. Oltre a lui, il Maestro Osvaldo Caruso alla chitarra e Francesco Santoro voce. Erano intenti a mettere su un nuovo progetto, un disco composto da brani d’autore napoletani. Mi sono presentato come autore di inediti dalla musicalità neoclassica e insomma da quel momento è stato un crescendo che ci ha portato alla partecipazione del festival, accedendo in finale tra oltre 360 partecipanti».

La sua canzone è giunta alla finale del festival. Secondo lei, quali sono stati gli elementi che hanno fatto la differenza con le altre canzoni in gara?

«Gli elementi, anzi l’elemento chiave che a mio avviso ha dato l’input affinché la canzone fosse apprezzata, è la sua classicità. È un ritorno al passato, alla musica d’autore, mi definisco appunto un neoclassico. Sento in me l’animo ottocentesco e dei primi del novecento e lo adatto alla contemporaneità. Grazie al grande lavoro svolto dai Napulammore, gli arrangiamenti del Maestro Caruso e la voce moderna di Santoro, è stato impresso al brano un che di curioso, che appare di un’altra storia, un altro tempo rispetto alla musica a cui siamo abituati oggi, troppo spesso banale e trash, ma soprattutto commerciale. Non amo, ne amerò mai il commerciale, consapevole che questa decisione trancerà una linea di confine col successo. Però mai dire mai nella vita, per il momento mi basta donare attimi di cultura alla mia città».

Sara Finamore

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