“Real Life”, per il cantautore Menek un brano di denuncia oltre vittimismo e ipocrisia

Napoli è una fonte inesauribile d’ispirazione artistica ed è, tra l’altro, terra di musicisti e cantanti. Abbiamo avuto la possibilità di conoscere da vicino Domenico Fusco, in arte Menek, cantautore napoletano, originario di Secondigliano, che libera la creatività nei suoi brani e che spiega quanto la musica sia stata fin da bambino parte integrante della sua persona poiché gli ha permesso di esprimere sé stesso a 360 gradi. In occasione dell’uscita del suo nuovo singolo, “Real Life”, l’abbiamo intervistato.

Come nasce la tua passione la musica?

«In realtà credo sia qualcosa di innato, ricordo ancora quando mio padre portò a casa una tastiera Casio, avevo 5 o 6 anni ed era la prima volta che toccavo uno strumento; dopo qualche giorno in cui praticamente non mi staccavo da lei riproducevo diverse melodie ad orecchio, e quando i miei mi videro suonarla e mi chiesero se volevo prendere lezioni. La mia risposta fu affermativa ed entusiasta. Da allora ho solo introdotto nuovi strumenti, la chitarra intorno ai 14 anni, poi la batteria e la curiosità per qualsiasi cosa che mi permettesse di esprimermi in note. Per cui credo che più che una passione, la musica sia semplicemente parte di me».

Quale/i artista/i ritieni d’ispirazione per la tua carriera musicale?

«Le ispirazioni sono delle più varie, in quanto i pezzi sono stati scritti in diverse fasi ad anni della mia vita ed ho sempre ascoltato tutta la musica ponendo un unico requisito, ovvero che indipendentemente dal genere sia un’opera creata per bisogno artistico e non commerciale. La musica smette di essere arte proprio quando si lascia condizionare da regole di mercato, ma in ogni genere ed epoca ci sono artisti validi; volendone citare alcuni che sono stati sicuramente di ispirazione per me, ti direi i The Doors, per poi passare ai Nirvana, che hanno influenzato credo tutta la musica contemporanea e agli The Smashing Pumpkins. Jeff Buckley, una delle voci più grandi dei nostri tempi e i Queen, ma adoro anche band contemporanee come i Queens of the Stone Age o gli Arctici Monkeys ed artisti pop come Sia o lo stesso The Weekend».

È uscito il tuo nuovo singolo, “Real Life”, un brano di denuncia. A chi ti rivolgi?

«Real Life [A1] è un brano di denuncia che vuole andare oltre la solita retorica del vittimismo, dilagante nella nostra società, scimmiottando l’ipocrisia che governa il mondo di oggi e l’ambiguità di chi la deduce.

Una canzone contro ciò che ci circonda, contro l’apatia del vivere quotidiano e contro ciò che dovremmo o non dovremmo essere, ma con una costante domanda: rompere gli schemi e cercare emozioni forti è la strada giusta per un “vero vivere”?

“Real Life” esprime la voce nella propria testa che, viaggiando tra una contraddizione e l’altra, sposta sempre più in alto l’asticella della propria consapevolezza, fino a mettere in discussione l’equilibrio sull’orlo della fol‌lia. È proprio quando si abbatte la convinzione di essere sempre vittime di un carnefice che ci si trova di fronte al bivio tra coraggio e comodità.

La risposta non è quella più scontata, perché probabilmente l’unica via è concedersi questo dualismo mentale, lasciandosi guidare dal proprio istinto, che per sua natura non dovrebbe mai ingannare».

Qualche anticipazione sul nuovo album o su qualche progetto musicale più imminente?

«Molti brani sono già prodotti e pronti per l’uscita, ma saranno pubblicati come singoli con un calendario determinato insieme agli splendidi professionisti con i quali sto lavorando, ovvero il team dell’etichetta/management Sorry Mom. In questo percorso sent‌irete generi e sonorità diverse ed‌ è probabile che molti dei pezzi in uscita nel prossimo anno, saranno inseriti in un album di raccolta finale per il quale posso darvi in esclusiva un titolo, ovvero “Stone” e magari avremo presto la po‌ssibilità anche di parlare di questo».

Se dovessi sintetizzare la tua musica con una citazione o un’opera d’arte, quale sceglieresti?

«Questa è davvero una bella domanda alla quale non è semplice rispondere, ma volendo affidarmi all’istinto e a quanto mi viene in mente, ti darei due riferimenti…una citazione di una canzone splendida dei Nirvana, Serve the Servants, che dice ” there is nothing i can say that I haven’t tought before” ovvero ” non c’è nulla che io possa dire che non abbia già pensato in precedenza” che traduce alla perfezione il modo in cui scrivo e compongo, ovvero per dare libero sfogo a dei pensieri e dei bisogni interiori che seguono processi mentali che nascono dalle esperienze che vivo. Il secondo riferimento è cinematografico e, per quanto audace, mi permette di farvi comprendere un altro aspetto fondamentale di ciò che creo, ovvero la libertà di spaziare in argomenti vari e vasti utilizzando linguaggi disparati, talvolta semplici e immediati, altre volte più ermetici e complessi, ma che esprimono al meglio quel che sento e che voglio far arrivare. Tutto questo lo percepisco nei film di Sorrentino, una delle eccellenze della nostra terra, che riesce sempre a darci spunti di riflessione su tanti argomenti, partendo dalle situazioni più diverse».

Le tue radici napoletane ti influenzano nella scrittura dei tuoi brani? Se sì, quanto e in che modo?

«Napoli non è solo una città e Napoli, più che la napoletanità, è parte della struttura che costruisce le persone che ci nascono, per cui non è una scelta l’influenza che ha su di me, è nella mia stessa natura. Col mio lavoro, l’altro quello meno appassionato della musica, ho potuto viaggiare tantissimo e ho raggiunto angoli di mondo davvero distanti, non solo nello spazio, ma anche nella mentalità, eppure Napoli era con me, nei miei modi, nell’apertura al mondo e all’altro, spesso ci dimentichiamo di quanto Napoli significhi e sia, e quanto più ho viaggiato tanto più ho scoperto il desiderio di vivere in Italia e non lontano da Napoli».


Sara Finamore

 

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