Dopo quasi 31 anni si avvicina il momento della verità per l’omicidio di Maria Luigia Borrelli (42 anni all’epoca della morte), ex infermiera di origine sarda (madre di due figli) ferocemente assassinata la sera del 5 settembre 1995 in un “basso” al numero civico 64 di Vico degli Indoratori (Genova) nel quale si prostituiva (presentandosi ai suoi clienti con il nome “Antonella”) da due anni per pagare un grosso debito contratto dal defunto marito con degli usurai.
La donna fu aggredita a mani nude, colpita con uno sgabello di legno ed infine uccisa con la punta di un trapano (15 ferite mortali tra il collo e lo sterno).
Il 21 aprile comparirà davanti al GUP del capoluogo ligure Martina Tosetti – accusato di omicidio aggravato dalla crudeltà a scopo di rapina – il carrozziere 66enne Fortunato Verduci. Secondo l’accusa, sostenuta dalla PM Patrizia Petruzziello (la magistrata requirente che si occupa dell’indagine dal settembre 1995), il sospettato – cliente della vittima e ludopatico – ha assassinato la Borrelli per rubarle l’incasso della giornata (denaro con il quale avrebbe potuto pagare un debito di gioco da lui contratto antecedentemente).
La nuova indagine è arrivata ad una svolta decisiva nel 2024 ed è stata chiusa dalla Procura della Repubblica di Genova lo scorso gennaio.
Ad inchiodare Verduci c’è – in primis – il suo DNA. Il profilo genetico dell’uomo è emerso attraverso una accurata indagine scientifica (i cui risultati sono stati ormai confermati con certezza assoluta) condotta su quattro tracce ematiche rilevate sulla scena del crimine in relazione ad altrettanti reperti: una tenda, una mensola, la copia di un quotidiano locale (il “Corriere Mercantile”), la placca di un interruttore. Non solo: in un posacenere erano stati trovati, durante il sopralluogo, dei mozziconi di sigaretta relativi alla stessa marca che fumavano la vittima e – ancora oggi – il Verduci (“Diana”).
Al profilo dell’indiziato – privo fino ad ora di precedenti penali – si è arrivati attraverso una indagine genetica nei confronti della sua famiglia, partita da una parziale compatibilità emersa tra il DNA maschile ignoto riscontrato nelle tracce ematiche perse-lasciate dall’assassino sulla scena del delitto (successivamente inserito dagli investigatori nella apposita Banca Dati) ed il DNA di un suo parente recluso in un istituto di pena a Brescia.
Il Verduci ha chiesto, tramite i suoi avvocati difensori (Emanuele Canepa e Andrea Volpe), l’applicazione del rito abbreviato: in caso di condanna il Tribunale gli concederà lo sconto di un terzo sulla pena inflittagli.
Qualcosa di simile è accaduto, recentemente, in relazione all’omicidio della 19enne Romina Del Gaudio: promoter telefonica “porta a porta”, residente a Napoli (in zona Camaldoli), scomparsa il 4 giugno 2004 da Aversa (dove si trovava per lavoro) e ritrovata uccisa 47 giorni dopo (il 21 luglio) nel bosco della Reggia di Carditello (località S. Tammaro). L’autore dell’omicidio l’ha colpita alla schiena con un’arma da taglio e poi – probabilmente dopo aver abusato sessualmente del suo corpo – l’ha uccisa con due colpi d’arma da fuoco (una pistola calibro 22) sparati alla testa della vittima da distanza ravvicinata.
Esaminando il giubbino di pelle (scuro) che Romina indossava il giorno della sua scomparsa (abbandonato dall’omicida – assieme ad altri indumenti ed oggetti della vittima – a pochi passi da ciò che restava del cadavere martoriato della sfortunata giovane) gli operatori della Scientifica hanno trovato, sulla parte posteriore dell’indumento, un DNA maschile ignoto.
Inserito nella Banca Dati Nazionale ed Internazionale questo profilo sconosciuto è risultato parzialmente compatibile con quello di un pregiudicato spagnolo residente in Spagna (le autorità iberiche non hanno fornito a quelle italiane le sue generalità ed i dettagli in merito ai suoi trascorsi con la legge adducendo – come motivazione – l’impossibilità di pervenire, a loro giudizio, ad una sua certa identificazione attraverso i dati in possesso della Scientifica) ed è risultato parzialmente compatibile con quello di un pregiudicato francese residente in Francia (si chiama Jacques, è nato nel 1951, nel 2012 è stato denunciato per violenza volontaria aggravata. A differenza delle autorità spagnole quelle transalpine hanno fornito collaborazione al nostro Paese pur obiettando che la compatibilità accertata è a loro giudizio estremamente debole per pervenire ad una sicura identificazione).
Non risulta alcun rapporto di conoscenza tra i due individui e non sono stati mai fermati sul territorio italiano. Le ricerche hanno escluso una loro permanenza in Italia ma successivamente all’anno 2004: questo significa che potrebbero essersi trovati nella zona compresa tra Aversa e Carditello all’epoca in cui fu uccisa Romina Del Gaudio.
A giudizio della Scientifica italiana “alla luce dei dati messi a disposizione dai collaterali Uffici Esteri l’apparente corrispondenza tra i profili esaminati, basata sulle limitate regioni genetiche confrontabili, non appare caratterizzata da idoneo grado di affidabilità e sufficiente significatività. Pertanto non risulta suggestiva di una identificazione personale certa”.
Non è tutto però: a breve distanza dai resti del corpo della promoter napoletana i Carabinieri (intervenuti nel bosco della Reggia di Carditello dopo aver ricevuto una telefonata anonima) fu notato e fotografato un pacchetto di sigarette marca “Fortuna”. Si tratta di un marchio prodotto dalla ditta franco-spagnola “Altadis”, estremamente diffuso in Spagna e commercializzato anche in Italia a partire dal 2004 (l’anno in cui è avvenuto il delitto Del Gaudio).
Malgrado questi elementi sul tavolo le due PM incaricate dell’inchiesta sull’omicidio di Romina (i Sostituti Procuratori presso la Procura della Repubblica di S. Maria Capua Vetere Gerardina Cozzolino e Daniela Pannone) hanno espresso parere favorevole per un’archiviazione (già preceduta – talvolta contro il parere del GIP – da altre quattro emesse nel corso degli ultimi 22 anni).
L’Avvocato Marco Spena del Foro di Napoli (legale di Parte civile di Ciro Gallo, lo zio della vittima), coadiuvato dalla Criminologa Dott.ssa Luisa D’Aniello e dalla Genetica forense-Biologa forense Dott.ssa Marina Baldi, si è opposto.
Prima di scrivere, forse definitivamente, la parola fine su questa scioccante storia e lasciare irrisolto (a tempo indeterminato) questo atroce crimine è necessario compiere un ulteriore tentativo: perché non applicare il “metodo Borrelli-Verduci” anche a questa investigazione?
La parziale compatibilità venuta alla luce tra il DNA maschile lasciato (presumibilmente dall’omicida) sulla parte posteriore del giubbino di Romina Del Gaudio ed i profili dei due pregiudicati stranieri (uno spagnolo, l’altro francese) potrebbe significare che l’autore del delitto è un parente o un familiare di uno dei due? (magari residente o domiciliato o di passaggio in Campania – nella zona compresa tra Aversa e Carditello – nel mese di giugno del 2004)
Dinanzi ad un quesito di tale portata l’archiviazione certamente non è la risposta giusta: occorre, al contrario, una accurata indagine scientifica ad ampio raggio – in ambito familiare (in gergo tecnico viene definita “Familial seraching”) – nei confronti del pregiudicato spagnolo e nei confronti del pregiudicato francese individuati.
La parziale compatibilità (definita in gergo tecnico “Partial match”) tra questi profili può essere – proprio come ha dimostrato l’inchiesta sull’omicidio di Maria Luigia Borrelli e sul carrozziere Fortunato Verduci – la prova del fatto che i campioni presi in esame appartengono a individui biologicamente correlati (i genitori, i figli, i fratelli condividono in media il 50% del loro DNA). Ad unirli c’è – attraverso una relazione di sangue – la condivisione di una parte significativa del patrimonio genetico ereditato.
Daniele Spisso
