I tentativi di salvataggio adottati dagli speleologi e dai Vigili del Fuoco di Roma per riportare in superficie il piccolo Alfredo Rampi (6 anni).
Alle ore 19:00 di mercoledì 10 giugno 1981 il bambino tornava a piedi – da solo – presso la sua casa di campagna (sita in Via S. Ireneo, località Selvotta – tra Via di Vermicino e Frascati, provincia di Roma). Si era fermato a giocare su un terrapieno realizzato senza autorizzazioni e da pochi giorni accanto all’abitazione della nonna materna, Veia. Mettendo un piede in fallo precipitò in un pozzo artesiano (appena visibile, coperto a malapena, scavato senza permessi da qualche mese) largo circa 28 centimetri e lungo 80 metri in un cantiere abusivo per la costruzione di un edificio privato abusivo.
Alfredo soffriva di una grave cardiopatia congenita dal 1978 (in settembre doveva affrontare un intervento chirurgico delicato). Era originario della Capitale: suo padre – Ferdinando – era un dipendente dell’ACEA; sua madre – Franca Bizzarri – una casalinga. Aveva un fratello più piccolo, Riccardo (anche lui deceduto. Molti anni dopo). La famiglia Rampi aveva la residenza a Roma, nei pressi di Piazza Bologna.
Notevole lo spiegamento di forze e l’impegno profuso per Alfredino ma fu tutto inutile: la mancanza di esperienza in Italia per eventi del genere; l’improvvisazione; la mancanza di competenza in Italia per operazioni del genere; le attrezzature inadeguate; la disorganizzazione; la mancanza di cooperazione tra i pompieri e gli speleologi; la scarsa o nulla conoscenza delle caratteristiche del sottosuolo in quell’area campestre della provincia; il ricorso ad una operazione lunga e difficoltosa (la costruzione di un pozzo parallelo, troppo vicino a quello nel quale è caduto il bambino) senza prevederne le conseguenze e senza neanche impedirle (lo smottamento del terreno, il rischio di causare un ulteriore scivolamento del piccolo) vanificarono ogni speranza.
L’attenzione invadente e morbosa (non sappiamo ancora oggi quanto colposa e quanto dolosa) dei Mass Media (in particolare dei tre canali della TV di Stato) trasformò un piccolo caso di cronaca locale in un tremendo spettacolo nazionale che inchiodò dinanzi al piccolo schermo decine di milioni di cittadini italiani. In particolare su questo punto non abbiamo imparato nulla in questi 45 anni.
La zona dei soccorsi non venne isolata e la presenza di decine di migliaia di curiosi (inclusi dei venditori ambulanti di bibite) attorno ai due pozzi aggiunse caos su caos.
Il dramma di Alfredino è, ancora oggi, l’emblema delle tragiche contraddizioni di questa disgraziata Nazione: solidarietà ed egoismo; bontà e cinismo; eroismo e fallimento; onore e vergogna.
Daniele Spisso
