A Secondigliano ci sono nomi che resistono più delle pietre. Uno di questi è “Miezzo ’a l’Arco”, espressione popolare con cui è stata indicata quella che nei documenti viene ricordata anche come piazza Mercato e poi piazza Zanardelli.
Le pagine di una pubblicazione storica dedicate proprio a “Miezo ’a l’Arco” riportano l’esistenza, in quel luogo, di un antico arco e di un pozzo. L’arco sarebbe scomparso da molto tempo, mentre il pozzo sarebbe sopravvissuto fino al Novecento.
Una testimonianza particolarmente preziosa viene attribuita al parroco don Giuseppe de Rosa e rimanda ai registri parrocchiali dei nati degli anni 1679-1689.
Nel 1686 la comunità di Secondigliano decise di far scavare un pozzo sotto l’arco, affidando i lavori al maestro Gennaro Maffuccio per 320 ducati. Il documento racconta anche perché quel luogo fosse importante per gli abitanti.
Sotto l’arco, infatti, durante la terribile peste del 1656, sarebbe stata celebrata la Messa perché nella parrocchia, a causa dell’“intollerabile puzza”, non era possibile celebrare. Lo stesso spazio veniva utilizzato anche per la processione delle Palme.
Il racconto diventa ancora più significativo descrivendo la siccità del 1686: per sei mesi non sarebbe caduta pioggia, con campagne bruciate e gravi difficoltà per la popolazione. Da qui la necessità di trovare acqua.
Dopo anni di lavori, il 4 aprile 1689 il pozzo cominciò a dare acqua. Il 25 aprile venne individuato uno strato di pietra dolce sotto il quale, secondo il racconto del parroco, si trovò “l’acqua bellissima”. Nel maggio dello stesso anno don Giuseppe de Rosa annotò di aver bevuto personalmente l’acqua estratta dal pozzo.
La documentazione citata ricorda inoltre antiche denominazioni come “Strada Comunale de l’Arco” e “Strada Vicinale Cupa dell’Arco”. Un riferimento ancora precedente sarebbe presente in una visita pastorale del 1598, dove compare l’espressione “all’arco de Secondigliano”.
Non sappiamo con assoluta certezza quale fosse la funzione originaria della struttura: potrebbe trattarsi del resto di una porta d’ingresso al casale, e non semplicemente di un piccolo arco. Le sue dimensioni dovevano comunque essere considerevoli, considerando le attività che le fonti ricordano sotto di esso.
Oggi quell’arco non c’è più. Ma il suo nome è sopravvissuto per generazioni nel linguaggio dei secondiglianesi.
Ed è forse questa la parte più affascinante della storia: le pietre possono scomparire, mentre la memoria di un quartiere continua a conservarne il nome.
