Pasquale Dente, da Secondigliano a Oxford come infermiere: «Vi racconto i miei libri»

“Inutile ripetere quanto il Covid ci abbia tolto, è bello invece sottolineare quanto la pandemia sia stata anche, ed è tutt’ora, un periodo che ha regalato la possibilità di poter fare delle attività inedite, come scrivere un libro. E’ stato proprio così per Pasquale Dente, nato a Secondigliano e infermiere ad Oxford nel reparto di terapia intensiva cardiotoracica divenuta terapia intensiva Covid durante l’emergenza sanitaria, che ha scritto due romanzi, “Dietro la maschera”, tradotto anche in lingua inglese “Behind the mask” e lo spin-off “Abbiamo perso tutto”, uscito a dicembre. Abbiamo parlato con lui dei suoi libri e della sua professione”.

“Abbiamo perso tutti” è il titolo del tuo secondo libro, spin-off del primo romanzo “Dietro la maschera”. Come mai hai scelto questo titolo e in che modo questo romanzo si collega al primo?

“Ho scelto questo titolo perché da quando è cominciata la pandemia, tutti abbiamo perso qualcosa…un parente, un amico, soldi, un’attività. Se non abbiamo perso questo, sicuramente tutti noi abbiamo perso la libertà…di viaggiare, di programmare qualcosa a lungo termine. Quindi, ad ogni modo, “abbiamo perso tutti”. “Dietro la maschera”, il primo libro che ho scritto poiché ho vissuto e vivo da infermiere la terapia intensiva covid, doveva essere acquistato da una casa editrice, ma con svariati cambiamenti: finale diverso, altra copertina, differenti modalità di distribuzione…in pratica volevano che sconvolgessi l’intero libro. Così ho deciso di scrivere questo secondo libro, “Abbiamo perso tutti”, dove ho utilizzato gli stessi personaggi, ma stavolta anziché raccontare la storia di Lucia come nel primo romanzo, ho scritto partendo dai suoi genitori, Cosimo e Anna, e racconto così tutto quello che avviene nel loro condominio… sono 4/5 famiglie di cui si parla in questo spin-off, sono quindi personaggi già visti o anche solo accennati nel primo romanzo, ma qui vengono descritti in maniera più dettagliata”.

Una breve trama di questo spin-off.

“Come ho già anticipato, viene raccontata la storia di questo condominio napoletano, anche se non ho ben specificato di quale zona: a pian terreno, c’è un uomo molto povero con 4 figli che fa l’ambulante a Piazza Garibaldi, ci sono poi i genitori di Lucia, che sono due pensionati, c’è una coppia di ragazzi sui trent’anni e lui sta per aprire una palestra, ci sono due anziani, anche loro pensionati e su di loro mi sono lasciato ispirare da una storia vera che mi è stata raccontata ed infine la loro nipote, Federica, che studia infermieristica. Su di loro e sulle dinamiche di queste famiglie che s’intrecceranno, è stato strutturato tutto il libro”.

Hai tradotto il tuo primo libro, “Dietro la maschera”, in lingua inglese, poiché da anni vivi e lavori ad Oxford. Qual è stata la risonanza generale dal tuo punto di vista?

“Dietro la maschera” è stato tradotto come “Behind the mask”. E’ stato un processo piuttosto lungo e complesso: il romanzo è stato tradotto da Maria Russo, una ragazza di Sorrento che vive a Bologna e ringrazio ancora per la pazienza che ha avuto, poi è stato rivisto da un’altra ragazza, sempre italiana, e infine l’ha riletto una ragazza inglese che ha corretto alcuni termini e modi di dire. Per questo motivo il libro è uscito a dicembre. Per quanto riguarda la risonanza, posso dirti che i miei colleghi, parenti e amici l’hanno acquistato, sicuramente anche per una questione affettiva, però non so dire se stia avendo successo o meno perché bisogna attendere qualche mese per saperlo. Stessa cosa vale per “Abbiamo perso tutti”.

Oltre che autore di romanzi, sei innanzitutto un operatore sanitario ad Oxford. Quanto e in che modo la tua esperienza in corsia ha inciso sulla tua scrittura?

“Sono un infermiere di terapia intensiva cardiotoracica che, durante l’emergenza sanitaria, è stata trasformata in reparto di terapia intensiva Covid. Al momento, sembra che la situazione sia ancora sotto controllo, ma non sappiamo come si evolverà data la variante Omicron. Nella mia scrittura, l’esperienza della pandemia ha sicuramente inciso sul primo romanzo, “Dietro la maschera”, perché il libro è totalmente ambientato in ospedale, ho descritto situazioni che ho visto con i miei occhi, mentre per quanto riguarda “Abbiamo perso tutti”, ha inciso di meno: infatti non racconto vicende ambientate in corsia, ma storie di case, di famiglie…c’è una visione più introspettiva”.

Sei nato a Secondigliano, ma vivi lontano da qui da molti anni. Senti ancora un forte legame con le tue origini?

“Assolutamente sì. Sono nato a Secondigliano, al Corso Italia, in una piccola casa e tutta la mia famiglia è di quella zona, quindi per me Secondigliano è casa. Anche quando qui ad Oxford mi chiedono di dove sono e gli rispondo che sono di Napoli, cerco sempre di fargli capire il quartiere, anche associandolo a Gomorra a volte, perché qui è conosciuta la serie, e rimarco la mia appartenenza perché, secondo me, arrivare a lavorare alla Oxford University partendo dal cosiddetto “quartiere di Gomorra” è un orgoglio che vale doppio, triplo. Non ho mai rinnegato le mie origini perché amo troppo il mio quartiere e se sono la persona che sono oggi, è perché sono nato e vissuto a Secondigliano. Le mie radici sono dentro di me e posso dire che sono uscite fuori maggiormente in “Abbiamo perso tutti”, perché anche se non ho collocato il libro a Secondigliano, però ci sono tanti dialoghi e tante vicende che avvengono all’interno del romanzo che si possono ricondurre alla gente della zona…lo stesso vale per i personaggi, in particolar modo per Mimì, il padre di 4 figli, una persona povera ma onesta, che lavora e che porta avanti la sua famiglia senza scendere a compromessi con nessuno, senza mischiarsi con persone poco raccomandabili, come la maggior parte della brava gente a Secondigliano. Bisogna sottolineare che Secondigliano non è un brutto quartiere e non può essere sporcata da pochi soggetti che ne danno un’immagine sbagliata”.

Qual è o quali sono i messaggi che vorresti lasciare ai tuoi lettori con questi romanzi?

“Con entrambi i libri, vorrei dire che il Covid ci ha cambiato, nel bene o nel male, ed esprimo questo concetto anche attraverso i personaggi dei romanzi. Ci tengo a dire che tutti i proventi dei miei libri andranno e, quelli del primo libro già sono andati, in beneficenza”.

Tra i tuoi progetti, c’è spazio per la scrittura di altri libri?

“Sì, vorrei cominciare da gennaio a scrivere un libro sul tema dei percorsi di transizione sessuale, con attenzione non all’aspetto medico, ma a quello emotivo-psicologico della persona che decide di intraprendere questa scelta e vorrei confrontarmi con chi ha vissuto o vive questo momento delicato”.

Sara Finamore

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