Scienza e Diritto. Viaggio nella Psicologia giuridica e nei cold case più noti con la Professoressa Laura Volpini, attraverso il suo libro “Il prisma – storie di omicidio e dintorni” (quarta parte)

-Il delitto di Simonetta Cesaroni: in qualità di consulente di parte civile nel processo Busco d’Appello, lei ha analizzato le lettere scritte dalla vittima in merito alla sua relazione con Raniero Busco. Cosa è emerso dall’analisi delle stesse?

Si tratta di lettere che Simonetta Cesaroni aveva scritto nel suo diario, alcune le ha indirizzate alle sue amiche e altre (almeno idealmente) al suo fidanzato Raniero Busco (ne ho parlato ampiamente anche nel libro). Lettere che coprivano un arco temporale compreso fra ottobre 1989 e febbraio 1990. Ho intervistato la sorella, Paola Cesaroni, ricostruendo il rapporto tra Simonetta e Raniero e  i fatti dell’ ultimo giorno di vita della ragazza. Dalle lettere emergeva un rapporto molto conflittuale tra i due: per Simonetta lui rappresentava l’amore della sua vita, ma da dalle lettere emergeva quanto lei si sentisse maltrattata, un po’ a uso e consumo da parte del suo fidanzato. Poi c’è un aspetto molto importante in queste lettere: una sorta di precipitazione della loro conflittualità nei pochi giorni che precedono la morte della ragazza. Emerge dalle lettere e dall’intervista che ho fatto a Paola Cesaroni, che il Busco non volesse andare in vacanza con Simonetta, confermando i timori di lei, che Raniero non si volesse impegnare in quel rapporto. E’ nella definizione del loro rapporto, la chiave di lettura a mio avviso del delitto. Per  questa loro significativa discrasia, si innesca un’ escalation conflittuale, che emerge anche dalle lettere (Simonetta si sentiva tradita, con la ragazza che lui frequentava precedentemente). In una lettera citata anche dal Procuratore generale per ribadire la colpevolezza di Raniero Busco in Corte d’Assise d’appello, Simonetta Cesaroni lo accusava di aver ricevuto da lui  “ solo insulti e parolacce”. Quindi c’era un’ aggressività almeno verbale nei confronti di Simonetta.

-Si può sostenere che l’interesse preminente, da parte del Busco, all’interno della relazione con Simonetta Cesaroni poggiava sul sesso?

Si, come è emerso dalle lettere, Busco era interessato ad un aspetto più materialistico del loro rapporto. Però io nella mia analisi (ne parlo anche nel libro) parlo di un aspetto più sofisticato, psicologico. Lui si sentiva amato incondizionatamente da Simonetta. Era padrone di quella relazione, a differenza di ciò che sembrava invece emergere, in merito al rapporto con l’ex fidanzata di lui. Con la sua ex fidanzata Busco si sentiva dominato, nel rapporto con Simonetta invece Busco si sentiva “onnipotente”. Questo credo che lo gratificasse molto, era ciò che lo faceva tornare da lei (al di là dell’aspetto meramente sessuale).

-Lei ha ascoltato anche la madre e la sorella di Simonetta in merito alle abitudini della vittima circa il cambio ed il lavaggio dei suoi indumenti, anche intimi. Cosa è emerso dalle dichiarazioni delle due donne che lei ha potuto raccogliere?

Si, mi sono occupata anche dell’analisi dello stile di lavaggio degli indumenti in casa Cesaroni, perché sul corpetto ed il reggiseno della ragazza al momento dell’aggressione, c’era un cospicuo DNA risultato appartenere a Raniero Busco e intriso con quello della Cesaroni. La famiglia viveva in una casa molto piccola e per evitare che anche gli abiti potessero ingombrare, la madre passava a tappeto nelle stanze per poter raccogliere gli indumenti delle figlie. Tra l’altro Simonetta e Paola avevano la mania della pulizia e si facevano anche due docce al giorno (mattina e pomeriggio, in particolare nel periodo estivo): questo la madre lo ha dichiarato con certezza. Simonetta non lasciava nessun indumento fuori dell’armadio e per più di un giorno senza lavarlo. Tra l’altro Simonetta dormiva nel soggiorno della casa, non aveva neanche una sedia dove appoggiare gli indumenti usati. Paola Cesaroni mi disse testualmente che Simonetta avrebbe dovuto nasconderlo il reggiseno indossato il pomeriggio del delitto, affinchè sua madre non lo lavasse. Di questo delitto dobbiamo spiegare, nel caso ci sia o ci possa essere un altro imputato, come mai costui non abbia rilasciato il proprio DNA sul reggiseno  che indossava Simonetta contestualmente alla aggressione; dato che l’aggressione è avvenuta sul corpo della ragazza  e che quest’ultima è stata trafitta da 29 colpi d’arma bianca, in un periodo molto caldo dove comunque l’aggressore sicuramente ha sudato, gocciolando sudore (o anche saliva).

-Al processo Busco di secondo grado la sua consulenza è stata esaminata dai giudici della Corte d’Appello?

La mia consulenza sullo stile di lavaggio in casa Cesaroni è stata allegata alla consulenza del Dott. Garofano sulle tracce biologiche ricavate dal corpetto e dal reggiseno di Simonetta Cesaroni, la mia consulenza sul rapporto tra Simonetta Cesaroni e Raniero Busco è stata invece allegata alla consulenza della Dott.ssa Chantal Milani (Odontologo forense) e dell’Ing. Fabio Biscolo (Ingegnere forense) sul morso riscontrato sul capezzolo del seno sinistro di Simonetta Cesaroni. Il grande sospetto è che non sia stata analizzata dai giudici della Corte d’Assise d’appello, perché di fatto in aula – e questo non è stato un problema solo della mia consulenza, ma anche delle consulenze degli altri esperti della parte civile –  non c’è stato un dibattimento su questi aspetti.

-La sentenza di primo grado ha condannato Raniero Busco sulla base di alcuni indizi (soprattutto: il suo rapporto con Simonetta, l’assenza di un alibi sicuro-chiaro-preciso) e sulla base di alcune consulenze che, attraverso esami scientifici, hanno provato la presenza del suo DNA sul corpetto ed il reggiseno della vittima; hanno provato la compatibilità tra un morso riscontrato sul seno sinistro della vittima e le arcate dentarie dell’imputato. La sentenza di secondo grado (confermata in Cassazione) ha invece assolto con formula piena Raniero Busco basandosi principalmente su una perizia che ha smontato tutte le conclusioni dei consulenti della Procura. Le consulenze si basavano su indagini scientifiche; la perizia invece non si è basata su indagini scientifiche ma su una contestazione del lavoro dei consulenti. Come si spiega che i giudici del secondo grado hanno preferito delle contestazioni senza indagini scientifiche a indagini scientifiche?

La sensazione è stata quella che la Corte d’Assise avesse già un proprio orientamento. L’Appello è molto più snello del dibattimento in primo grado e quindi si è limitata a prendere in considerazione le risultanze dei propri periti. Non ha valorizzato o confutato la tesi della parte civile, se non per la motivazione per la quale in sentenza si legge che quel corpetto e reggiseno potevano essere stati indossati dalla ragazza in un altro momento. Se il reggiseno fosse stato usato in un altro momento, sarebbe stato lavato e comunque l’aggressore avrebbe dovuto rilasciare il proprio DNA, dato che era indossato durante l’omicidio. In più il corpetto è stato appoggiato poi sul corpo della ragazza, ma solo due soli DNA sono stati trovati: quello di Simonetta Cesaroni e quello di  Raniero Busco.

-Recentemente la madre e la sorella di Simonetta Cesaroni, il loro avvocato difensore Federica Mondani hanno cambiato radicalmente linea sul caso e chiedono approfondimenti su elementi che tirano in ballo, nel caso Cesaroni, addirittura uomini dei servizi segreti. Come si spiega secondo lei questo nuovo e diverso atteggiamento? Dal momento che la famiglia di Simonetta e il loro avvocato difensore Mondani non hanno mai contestato il processo Busco, non hanno mai visto su questo delitto spiegazioni complicate, dal momento che non chiesero l’assoluzione dell’imputato, dal momento che fecero ricorso in Cassazione contro l’assoluzione dell’imputato, dal momento che contestarono nel merito e nel metodo la sentenza di assoluzione in Appello.

E’ ovvio che per l’avvocato della famiglia e per la famiglia stessa la ricerca del colpevole non deve certamente fermarsi. Ovvio che il delitto Cesaroni potrebbe rimanere irrisolto, proprio perché c’era un puzzle di prove scientifiche e di movente che non è stato composto a mio avviso nella sentenza d’Appello. Successivamente l’assoluzione è stata confermata in Cassazione. Ritengo piuttosto bizzarra questa ipotesi dei due uomini dei servizi segreti, anche perché Simonetta aveva l’ordine di non aprire a nessuno. Anche laddove fosse stata persuasa ad aprire la porta a qualcuno, ci sarebbe stata una colluttazione per un tentativo di violenza: noi sappiamo invece  che le scarpe di Simonetta erano in ordine, non c’era nessun segno di colluttazione in tutto l’ufficio, la ragazza non presentava segni di difesa, Simonetta era stata trovata nella stanza del direttore, dove era entrata volontariamente. E’ una ipotesi piuttosto ardua e inoltre, come dicevo prima, bisogna dimostrare come mai l’assassino o gli assassini addirittura non hanno rilasciato alcun DNA. In qualche passaggio giornalistico ho letto che si parla nuovamente di gruppo sanguigno, che è come  tornare a viaggiare sulla locomotiva, rispetto a muoverci con l’alta  velocità. In aula, in Corte d’Assise d’appello,  il Generale Garofano ha ben illustrato come il gruppo sanguigno può modificarsi anche nel tempo, per cui se una persona ha (ad esempio) lo 0 (zero) positivo può risultare, in base agli agenti atmosferici, anche di altro gruppo sanguigno. Ma un aspetto ancor più rilevante è che  il gruppo sanguigno non è discriminativo, rispetto alla popolazione. Non si può identificare come assassino un soggetto, ad esempio,  con il gruppo A positivo, essendo comune a milioni di persone. Diverso invece è il discorso sul DNA: può essere paragonato al nostro codice fiscale e quando ce n’è una quantità sufficiente, come nel caso di specie,  noi abbiamo un codice fiscale praticamente completo, identificativo e discriminativo rispetto a tutto il resto della popolazione. La cosa quindi è ben diversa.

-Che consiglio vuol dare a chi decide di specializzarsi in ambito forense e in particolare a chi intende abbracciare la sua stessa professione?

Chi vuol fare la mia professione può laurearsi in Psicologia o in Medicina e poi specializzarsi in Psichiatria ad esempio. Oppure laurearsi nelle discipline giuridiche (Scienze politiche o Giurisprudenza) e poi formarsi in Criminologia. Ovviamente questa seconda ipotesi non prevede l’attività clinica vera e propria del consulente, quindi è più circoscritta. La raccomandazione che faccio ai laureati in queste discipline è quella di formarsi con dei master post -laurea rigorosamente universitari, diffidando da master di poche ore e di costi esigui, che non garantiscono la stessa professionalità dei master universitari.

Grazie Professoressa Volpini.

A cura di Daniele Spisso

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