Un pallone, due porte improvvisate e un grande spazio di terra battuta. A Secondigliano, per intere generazioni, bastava davvero poco per trascorrere giornate indimenticabili. Il calcio si giocava per strada, nei cortili e nei terreni liberi, senza allenatori, senza divise e soprattutto senza guardare l’orologio.
Uno dei luoghi rimasti impressi nella memoria collettiva era quello conosciuto come «aret’ ‘a Piedimonte», alle spalle della piccola stazione ferroviaria dell’Alifana, in un’area oggi interessata dai cantieri per la realizzazione della metropolitana.
Qui, su un enorme terreno di terra battuta, si disputavano quelle che ancora oggi molti ricordano come le interminabili partite di calcio. Si cominciava al mattino e si andava avanti fino a sera, spesso fermandosi soltanto quando la luce non permetteva più di distinguere il pallone.
C’è chi ricorda le giornate trascorse a giocare in tutte le stagioni. Dalla metà degli anni Sessanta, racconta, si organizzavano addirittura tornei tra le squadre dei diversi rioni. Arrivavano ragazzi da Parco Gianturco, dal Corso Secondigliano all’altezza del Commissariato, da traversa Grassi, Parco del Sole e Villa Alfieri.
Ogni zona aveva i suoi giocatori, le proprie rivalità sportive e le amicizie che spesso continuavano anche fuori dal campo.
C’è chi ricorda di essere cresciuto alle spalle di traversa Grassi, oggi via Pintor e che racchiude in poche parole lo spirito di quel calcio spontaneo: «Il nostro calcio professionistico era lì, senza allenatori, senza grosse pretese, pur di dare calci ad un povero pallone».
Un calcio fatto di passione, dove non servivano scarpe costose o campi regolamentari. Le squadre si formavano sul momento, le regole si decidevano insieme e ogni partita diventava una sfida da ricordare.
Ma «aret’ ‘a Piedimonte» non era soltanto un campo di calcio improvvisato. Era un luogo di incontro, un punto di riferimento per tanti ragazzi di Secondigliano. Si cresceva insieme, si imparava a vincere e a perdere, si litigava per un gol contestato e pochi minuti dopo si tornava a giocare come se nulla fosse accaduto.
Era una Secondigliano nella quale gli spazi aperti diventavano naturalmente luoghi di aggregazione. Non c’erano prenotazioni, quote da pagare o orari prestabiliti. Bastava arrivare con un pallone e trovare qualcuno disposto a giocare.
Oggi quell’area ha cambiato volto. I lavori per la metropolitana stanno trasformando una parte del territorio che, per molti abitanti, conserva un significato particolare. Dove un tempo correvano i ragazzi dietro a un pallone, il paesaggio urbano è ormai profondamente diverso.
Eppure, a distanza di decenni, basta nominare «aret’ ‘a Piedimonte» per far riaffiorare volti, soprannomi, amicizie e pomeriggi trascorsi insieme.
Quel terreno di terra battuta non era uno stadio, ma per tanti ragazzi di Secondigliano rappresentava il campo più bello del mondo. E quelle partite, finite da molti anni, continuano ancora oggi nei racconti di chi le ha vissute.
