Prima dell’espansione edilizia e dell’arrivo dei grandi assi viari, il territorio si presentava come un articolato insieme di masserie, corti, cappelle, palazzi e piccoli nuclei abitativi. Una struttura urbana costruita lentamente intorno alle attività agricole e ai luoghi della vita religiosa.
Le testimonianze storiche raccontano di una cappella del Rosario fondata nel 1587 e ampliata nel 1698. Sotto il patronato della famiglia De Gennaro, sorgeva invece una cappella dedicata a Santa Maria delle Grazie, collocata all’angolo con via dell’Arco. Poco distante esisteva un’altra cappella, ancora più antica, vicina alla masseria degli Annato e demolita nel 1817.
La conformazione del borgo emerge anche da una planimetria del 1716, nella quale gli edifici appaiono disposti intorno alle corti. Questi spazi non rappresentavano soltanto il centro della vita familiare, ma erano utilizzati anche per le attività produttive e agricole.
Tra gli insediamenti più significativi figurava la masseria Strancia, che si estendeva fino a via del Camposanto e via del Cassano. Le masserie dette dell’Arco e “o Monaco” presentavano invece ingressi profondi e collegamenti con i principali ambienti della struttura. Al loro interno si trovavano stalle, cantine, depositi, spazi per gli animali e ambienti destinati alla lavorazione e alla conservazione dei prodotti.
Un ruolo importante era svolto dai monaci, ai quali veniva affidata la gestione di una parte dei terreni. Le proprietà religiose e quelle private finivano così per intrecciarsi, dando origine a controversie sui confini e sull’utilizzo degli spazi. Intorno alle masserie si svilupparono progressivamente nuove abitazioni, trasformando gli antichi complessi agricoli in veri nuclei residenziali.
Uno degli isolati storici si estendeva lungo via dell’Arco, piazza Zanardelli – l’antica piazza del Mercato – e via Vittorio Emanuele III. In questa zona si trovavano le masserie appartenenti alle famiglie Stefano Solombrino, Gennaro Pagano, Filippo Andretta e Giovanni Barbato, come risulta da documenti della fine del Settecento. A queste famiglie sono attribuiti alcuni dei palazzi più importanti dell’area.
Il tessuto urbano era caratterizzato da corti centrali, logge sorrette da archi, scale aperte e ballatoi. Le abitazioni si affacciavano sullo spazio comune, mentre sul retro continuavano a essere presenti orti, giardini e terreni coltivati. Un’organizzazione che consentiva di tenere insieme la dimensione residenziale e quella lavorativa.
Particolarmente interessante era anche il nucleo compreso tra il cosiddetto “Pizzo”, via degli Abruzzi e l’antica strada dei Sambuci. Qui sorgevano edifici di rilievo, tra cui il palazzo poi attribuito ai duchi degli Abruzzi, riconoscibile per la loggia sviluppata sulla facciata opposta all’ingresso.
L’antica strada dei Sambuci, probabilmente legata alla presenza di alberi di sambuco, collegava il centro di Secondigliano con Casolla e Casandrino. Lungo questo percorso si trovavano anche cappelle e abitazioni, tra cui quella dedicata a Sant’Antonio, punto di riferimento religioso per gli abitanti della zona.
I nomi delle strade sono cambiati più volte: l’antica via Regia, divenuta poi via Roma, ha assunto nel tempo differenti denominazioni, fino all’attuale corso Secondigliano. Tuttavia, dietro la trasformazione della città contemporanea, restano ancora riconoscibili le tracce del vecchio casale.
Conoscere questa storia significa osservare Secondigliano con occhi diversi. Ogni vicolo, cortile o antico palazzo può custodire la memoria di un territorio nato attorno al lavoro dei campi, alla presenza delle masserie e a una comunità che, nel corso dei secoli, ha costruito la propria identità.
