Secondigliano e l’antica arte della seta: quando telai e gelsi raccontavano il lavoro di un’intera comunità

Prima che l’espansione urbana cambiasse radicalmente il volto dell’area nord di Napoli, Secondigliano era un casale immerso in una campagna fertile, attraversato da masserie, coltivazioni e attività artigianali. Tra queste, un posto particolare nella storia del territorio spetta alla produzione e alla lavorazione della seta, che per lungo tempo rappresentarono una componente importante dell’economia locale.

La storia della seta a Secondigliano era strettamente legata alla coltivazione del gelso, le cui foglie costituivano l’alimento indispensabile per l’allevamento dei bachi da seta. Le coltivazioni erano diffuse nell’intera area settentrionale di Napoli e, agli inizi del Settecento, risultavano particolarmente presenti nei territori compresi tra Secondigliano, San Pietro a Patierno, Miano, Piscinola, Melito, Arzano e Casavatore.

Una testimonianza significativa arriva dall’Archivio Storico Diocesano di Napoli. Nel fondo Ebdomadari, fascio 629, è conservata una documentazione del 1805 relativa alla Masseria di Capodichino, nella quale vengono censiti 196 alberi. Un dato che permette di comprendere quanto le coltivazioni arboree fossero importanti nell’economia agricola di quel territorio.

Dai gelsi ai telai nelle case

La produzione non si fermava alla campagna. Alla coltivazione e all’allevamento dei bachi seguiva infatti la lavorazione del filato.

Secondo le ricostruzioni storiche, a Secondigliano numerose abitazioni disponevano di almeno un telaio domestico, utilizzato per lavorare non soltanto la seta ma anche altre fibre, in particolare il lino.

Era dunque un’economia nella quale agricoltura e artigianato convivevano. Il lavoro entrava direttamente nelle case e coinvolgeva intere famiglie. Le donne avevano un ruolo fondamentale nella filatura e nella tessitura, mentre una parte degli uomini si occupava della commercializzazione dei prodotti.

Le stoffe potevano così uscire dai confini del casale e raggiungere Napoli e altri mercati, inserendo Secondigliano in una rete commerciale molto più ampia.

Maria Marseglia, la tessitrice madre di San Gaetano Errico

Dentro questa storia collettiva emerge anche una figura profondamente legata all’identità religiosa e popolare di Secondigliano: Maria Marseglia, madre di San Gaetano Errico.

La biografia ufficiale del santo ricorda che Gaetano Errico nacque a Secondigliano il 19 ottobre 1791, figlio di Pasquale Errico e Maria Marseglia. Il padre gestiva un modesto laboratorio per la produzione dei maccheroni, mentre la madre lavorava al telaio tessendo la felpa.

Un particolare apparentemente semplice che, in realtà, restituisce uno spaccato concreto della Secondigliano dell’epoca.

La famiglia del futuro santo viveva dunque all’interno di quel mondo fatto di piccoli mestieri, lavoro domestico e artigianato che caratterizzava il casale tra Settecento e Ottocento. La figura di Maria Marseglia diventa così anche una testimonianza della presenza femminile nella tradizione tessile locale.

La “vigliata”: al telaio prima dell’alba

Particolarmente suggestiva era una consuetudine tramandata nella storia locale: la cosiddetta “vigliata”.

I tessitori potevano iniziare il proprio lavoro alcune ore prima dell’alba. Quando gran parte del casale ancora dormiva, nelle abitazioni cominciava già il movimento dei telai.

Non si trattava semplicemente di un mestiere scandito dagli orari moderni. Il lavoro seguiva i ritmi della famiglia, della luce e delle necessità produttive. La “vigliata” rappresenta quindi uno degli aspetti più caratteristici di quella cultura del lavoro nella quale sacrificio, abilità manuale e organizzazione familiare si intrecciavano quotidianamente.

Un territorio agricolo prima della città moderna

È difficile riconoscere quella Secondigliano osservando il quartiere di oggi.

Per secoli il casale fu circondato da terreni agricoli particolarmente fertili. Da queste campagne arrivavano a Napoli frutta, vino, grano, ortaggi e cereali. Accanto alle coltivazioni alimentari trovavano spazio gelsi e altre piante destinate alle lavorazioni artigianali.

La produzione della seta si inseriva quindi in un sistema economico più complesso, nel quale la campagna forniva la materia prima, le famiglie contribuivano alla trasformazione e il commercio permetteva ai prodotti di raggiungere mercati esterni.

Le testimonianze disponibili indicano che nell’area nord di Napoli la coltivazione dei gelsi fu incrementata già agli inizi del Settecento e che la lavorazione artigianale della seta e del lino continuò per tutto l’Ottocento.

Una memoria da recuperare

Oggi di quel mondo rimangono poche tracce visibili. L’espansione edilizia del Novecento ha trasformato profondamente il territorio, cancellando gran parte delle campagne e delle masserie che per secoli avevano caratterizzato il paesaggio.

Eppure conoscere questa storia significa restituire a Secondigliano un’identità spesso dimenticata.

Prima di diventare uno dei grandi quartieri della periferia settentrionale di Napoli, Secondigliano è stato terra di agricoltori, artigiani, tessitori e commercianti. Dietro ogni telaio c’erano famiglie, competenze tramandate e giornate di lavoro che potevano cominciare quando il sole non era ancora sorto.

La storia dei gelsi, della seta, dei telai e della “vigliata” non rappresenta quindi soltanto una curiosità del passato. È una parte della memoria economica e sociale di Secondigliano.

Recuperarla significa raccontare un quartiere attraverso ciò che è stato capace di produrre, attraverso il lavoro delle sue donne e dei suoi uomini e attraverso una tradizione che per generazioni ha accompagnato la vita quotidiana del casale.

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