Prima che palazzi, traffico e nuove costruzioni modificassero profondamente il paesaggio, Secondigliano era un borgo agricolo circondato da campagne, vigneti, orti e grandi masserie. Non semplici abitazioni rurali, ma vere aziende nelle quali si producevano generi alimentari, si allevavano animali e si organizzava buona parte della vita economica del territorio.
Secondigliano faceva parte dei casali situati a nord di Napoli. Il suo nucleo più antico occupava un’area dalla forma approssimativamente triangolare: da un lato l’attuale via Di Maro, già via Vittorio Emanuele III, nel tratto compreso tra via dell’Arco e vico Storto del Pozzo; dall’altro via dell’Arco; nella parte inferiore via Padre Gaetano Errico, anticamente chiamata via Cappella.
È questa la Secondigliano delle origini: un abitato raccolto, attraversato da vicoli e vinelle e circondato da terreni coltivati. Una conformazione urbana che, nonostante le trasformazioni successive, può essere ancora riconosciuta osservando l’andamento irregolare delle strade del centro storico.
Dal nucleo antico Secondigliano iniziò progressivamente a espandersi in direzione di Capodichino. L’attuale via Di Maro, già Vittorio Emanuele III, era conosciuto come via Lava o discesa del Ponte, mentre l’odierna via Dante corrispondeva alla Ficocella o Fossa del Lupo, un percorso che si congiungeva con via del Cassano.
La denominazione Fossa del Lupo non sarebbe casuale. Le ricostruzioni storiche ricordano che lungo quell’asse, già documentato nel Seicento, scorreva probabilmente un piccolo corso d’acqua diretto verso l’area dell’attuale piazza Zanardelli. Il paesaggio di Secondigliano era infatti segnato anche da fossati, alvei e piccoli torrenti utilizzati per il drenaggio e l’irrigazione delle campagne.
Nel territorio compreso tra vico Lungo del Ponte e via Padre Gaetano Errico sorgevano le masserie Barbato e della Torre, insieme alle vinelle Annicella e Basso di Chiaiano. Erano percorsi stretti che attraversavano le proprietà agricole, collegando abitazioni, campi, pozzi, forni e luoghi di lavoro.
Via Padre Gaetano Errico proseguiva oltre via Vittorio Emanuele III nell’attuale via Duca degli Abruzzi. Questa insiste sull’antica via dei Sambuci, conosciuta anche come Pizzo di Masto Agostino. Nell’area compresa tra questa strada e via dell’Arco erano presenti numerose masserie. Con lo sviluppo edilizio, alcune di esse lasciarono spazio a palazzi signorili e nuovi fabbricati.
Particolarmente significativa era la vinella Pizzorusso, raggiungibile passando dall’Arco, detto anche Ponticello, e da vico Storto del Pozzo. Il percorso conservava i caratteri di un’antica azienda contadina, con un grande forno all’aperto. Non rappresentava soltanto un elemento architettonico, ma una testimonianza delle abitudini del casale: la preparazione del pane, l’approvvigionamento dell’acqua e il lavoro agricolo erano attività condivise, attorno alle quali si costruivano relazioni familiari e comunitarie.
Negli antichi documenti la vinella Pizzorusso compare anche con il nome di vinella di Fraustino. Nella zona erano presenti ambienti e attrezzature destinati alla lavorazione dell’uva e alla conservazione del vino. La produzione vinicola, insieme alla coltivazione degli ortaggi e degli alberi da frutto, costituiva una delle attività caratteristiche della campagna secondiglianese.
Tra le masserie più importanti figurava quella detta ’o Monaco, appartenente ai domenicani del monastero napoletano di San Pietro Martire. La proprietà era composta da due nuclei, uno dei quali affacciato su via dell’Arco, e comprendeva un ampio terreno che si estendeva verso l’antico cimitero.
Nel 1692 i religiosi concessero la masseria in fitto ad Antonio Strancia. Alla struttura apparteneva anche la cappella del Rosario, costruita insieme all’azienda agricola e successivamente ampliata. Nelle planimetrie del Settecento è già riconoscibile il percorso della futura via del Camposanto.
Un’altra grande proprietà era la masseria Scampia, o La Scampia, situata lungo la strada diretta verso Aversa. La sua posizione era considerata strategica rispetto alla masseria di Capodichino. Il nome deriverebbe dal termine “campo” ed è attestato nelle rappresentazioni cartografiche della fine del Settecento.
Alla masseria era annessa una cappella dedicata a Sant’Antonio, definita nei documenti “cappella pubblica a fronte della strada Regia”. Nel 1784, nell’abitazione vicina alla cappella, viveva ancora un eremita. Proprio da questa proprietà avrebbe poi preso il nome la borgata Scampia, sviluppatasi nell’ultimo tratto settentrionale di Secondigliano.
Nella zona di Sette Ponti, lungo il confine tra Secondigliano e Melito, si estendeva invece la vasta masseria del Gesù delle Monache. La masseria delle Colonne occupava il territorio lungo la cupa Fossa del Lupo, o Ficocella, fino a via del Cassano e all’attuale via Ciro Improta, corrispondente all’antica strada dell’alveolo del Cassano, conosciuta anche come cupa Catena.
La masseria di San Gennariello era tanto estesa da essere considerata quasi una contrada autonoma. Si trovava nel territorio centrale di Secondigliano e comprendeva anche una cappella dedicata a San Gennaro, documentata già nel 1612. Il complesso apparteneva a diversi proprietari e benefici ecclesiastici.
Il territorio era infatti diviso tra ordini religiosi, enti assistenziali, famiglie nobili e proprietari privati. Tra le casate ricordate nei documenti compaiono i Beneventi, i Censi, i Pagano, i Murolo, i Pennino, i Riccio, i Marchesi di Montanaro e i Colaniello.
Anche il Pio Monte della Misericordia possedeva terreni nella zona, mentre altre proprietà appartenevano a monasteri napoletani. Le fonti ricordano inoltre la masseria Aria Nuova, la masseria di Asticello al confine con Casavatore e quella di Donna Romita verso Piscinola.
Le masserie non erano quindi elementi isolati. Formavano una rete produttiva e sociale collegata a Napoli attraverso sentieri, cupe, strade regie e percorsi rurali. Intorno a esse nacquero piccoli agglomerati di case che, crescendo e unendosi, contribuirono alla formazione del moderno abitato.
Il paesaggio cominciò a cambiare più rapidamente tra Ottocento e Novecento. L’espansione edilizia inglobò i campi, molte masserie furono trasformate e altre demolite. Le antiche vinelle divennero strade urbane, mentre gli spazi agricoli lasciarono posto a cortili, edifici e attività commerciali.
Eppure quella Secondigliano non è completamente scomparsa. Sopravvive nella conformazione dei vicoli, negli archi, nei cortili e soprattutto nella toponomastica: vico Storto del Pozzo, vico Lungo del Ponte, via dell’Arco, Pizzorusso, Fosso del Lupo, via del Cassano e via Duca degli Abruzzi sono pagine di storia rimaste aperte nel tessuto del quartiere.
Conoscere questi nomi significa riscoprire una Secondigliano diversa da quella raccontata abitualmente: non una periferia nata ai margini della città, ma un antico casale con una propria economia, una struttura sociale e una precisa identità. Un territorio che esisteva molto prima dell’espansione di Napoli e che ancora oggi, dietro ogni strada, conserva frammenti del proprio passato.
