La storia di Secondigliano non è custodita soltanto nei suoi edifici più conosciuti o nelle tradizioni tramandate oralmente. Esiste una memoria molto più antica che emerge dalle carte d’archivio e che permette di ricostruire luoghi, proprietà, cappelle e perfino controversie territoriali di oltre quattro secoli fa.
Una fonte fondamentale è il volume 𝗦𝗲𝗰𝗼𝗻𝗱𝗶𝗴𝗹𝗶𝗮𝗻𝗼 𝗱𝗮 𝗱𝗼𝗰𝘂𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗶𝗻𝗲𝗱𝗶𝘁𝗶 di 𝗦𝗮𝗹𝘃𝗮𝘁𝗼𝗿𝗲 𝗟𝗼𝗳𝗳𝗿𝗲𝗱𝗼, opera costruita attraverso un approfondito lavoro sulle fonti documentarie.
Lanciasino, un nome quasi scomparso
Tra le pagine dell’opera compare più volte il nome 𝗟𝗮𝗻𝗰𝗶𝗮𝘀𝗶𝗻𝗼, riferito a un territorio posto nell’area di confine tra Secondigliano e Arzano.
Loffredo riporta documenti relativi a quella che viene indicata come 𝗩𝗶𝗹𝗹𝗮 𝗟𝗮𝗻𝗰𝗶𝗮𝘀𝗶𝗻𝘂𝗺 e alla presenza di terreni e cappelle appartenenti a un paesaggio rurale oggi profondamente trasformato dall’espansione urbana.
Particolarmente interessante è la documentazione riguardante una 𝗰𝗮𝗽𝗽𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗱𝗶 𝗦𝗮𝗻 𝗚𝗲𝗻𝗻𝗮𝗿𝗼. Nei repertori delle Sante Visite dell’Archivio Storico Diocesano di Napoli viene infatti indicata una cappella di San Gennaro a Lanciasino nelle pertinenze del Casale di Secondigliano.
Le visite ecclesiastiche riportate attraversano un arco temporale molto ampio: compaiono riferimenti agli anni 1612, 1622, 1639, 1645, 1689, 1698, 1743, 1780 e 1784.
La cappella di San Gennariello e il confine con Arzano
L’aspetto forse più suggestivo riguarda l’identificazione della cappella con quella conosciuta come 𝗦𝗮𝗻 𝗚𝗲𝗻𝗻𝗮𝗿𝗶𝗲𝗹𝗹𝗼.
Lo stesso repertorio citato nel libro avanza infatti l’ipotesi che la cappella di San Gennaro a Lanciasino fosse la stessa indicata come San Gennariello a Lancia al Seno.
Non si tratta quindi soltanto di un’antica denominazione scomparsa dalle carte moderne. La documentazione consente di leggere in profondità la geografia storica dell’estremo lembo del territorio secondiglianese e i suoi rapporti con la vicina Arzano.
Una terra contesa tra Secondigliano e Arzano
Dalle pagine dell’opera emerge anche un altro particolare significativo: 𝗶 𝗰𝗼𝗻𝗳𝗶𝗻𝗶 𝗻𝗼𝗻 𝗲𝗿𝗮𝗻𝗼 𝘀𝗲𝗺𝗽𝗿𝗲 𝗽𝗮𝗰𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗱𝗲𝗳𝗶𝗻𝗶𝘁𝗶.
Loffredo ricostruisce controversie relative alla pertinenza di alcuni terreni e cappelle. In un documento viene ricordata, ad esempio, la cappella di 𝗦𝗮𝗻𝘁𝗮 𝗠𝗮𝗿𝗶𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗕𝗿𝘂𝗻𝗮, nella masseria del marchese di Montanaro, confinante con il terreno del Sig. d’Amico.
La questione territoriale tra i due centri dovette protrarsi a lungo. Nelle carte seicentesche compaiono infatti processioni e testimonianze utilizzate anche per stabilire a quale comunità appartenessero determinati luoghi.
Un documento del 1629, riportato da Loffredo, ricorda una processione partita da Secondigliano verso Arzano. La controversia doveva essere particolarmente delicata, tanto che le testimonianze sulle processioni e sui percorsi religiosi diventavano elementi utili per ricostruire l’appartenenza territoriale.
Quando una processione serviva anche a segnare un confine
È uno degli aspetti più affascinanti di queste carte.
Nel Seicento una processione non rappresentava soltanto un momento religioso. Il percorso compiuto dalla comunità poteva diventare anche una testimonianza concreta dell’uso di un determinato territorio.
Le pagine riportano memorie di processioni tra 𝗦𝗲𝗰𝗼𝗻𝗱𝗶𝗴𝗹𝗶𝗮𝗻𝗼 𝗲 𝗔𝗿𝘇𝗮𝗻𝗼, accompagnate da deposizioni e documenti prodotti nelle controversie sui rispettivi confini.
In una testimonianza relativa al 1622 si ricorda persino che una via di accesso era «poco praticabile» e che durante una Santa Visita non si poté procedere verso una cappella perché il terreno, a causa delle piogge, risultava impraticabile.
Sono piccoli particolari, ma permettono di immaginare un territorio completamente diverso: 𝗰𝗮𝗺𝗽𝗶, 𝗺𝗮𝘀𝘀𝗲𝗿𝗶𝗲, 𝘀𝘁𝗿𝗮𝗱𝗲 𝗿𝘂𝗿𝗮𝗹𝗶 𝗲 𝗰𝗮𝗽𝗽𝗲𝗹𝗹𝗲 disseminate tra due comunità che cercavano di definire i propri confini.
Un’altra Secondigliano sotto la città moderna
Oggi gran parte di quella campagna è scomparsa sotto strade, edifici e trasformazioni urbanistiche. Eppure nomi come 𝗟𝗮𝗻𝗰𝗶𝗮𝘀𝗶𝗻𝗼, 𝗦𝗮𝗻 𝗚𝗲𝗻𝗻𝗮𝗿𝗶𝗲𝗹𝗹𝗼 e 𝗟𝗮 𝗕𝗿𝘂𝗻𝗮 consentono ancora di ricostruire frammenti dell’antico paesaggio.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più preziosi del lavoro di 𝗦𝗮𝗹𝘃𝗮𝘁𝗼𝗿𝗲 𝗟𝗼𝗳𝗳𝗿𝗲𝗱𝗼: riportare alla luce, attraverso documenti d’archivio, una Secondigliano che altrimenti sarebbe difficile perfino immaginare.
Non semplicemente un quartiere della periferia settentrionale di Napoli, ma un antico Casale con una propria identità, i suoi confini, le sue campagne, le sue cappelle e una storia documentata attraverso i secoli.
